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sabato 10 agosto 2013

#Tifiamo Asteroide - "Sinergia" di Nexus


A cura di Mauro Vanetti.
Da un’idea di Alberto Biraghi.
Postilla di Wu Ming.
Editing e revisione a cura di Simona Ardito, Roberto Gastaldo, Natale aka VecioBaeordo, Mauro Vanetti e Alessandro Villari.
Copertina di Luigi Farrauto.
Progetto grafico e impaginazione di Simona Ardito

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in PDF e in ePub

Qui il link a Giap, per elaborare la catastrofe in compagnia degli autori ;-)
***

Un asteroide distruggerà il governo Letta. Lo avevano annunciato i radar di Giap lo scorso 6 giugno, incaricando @maurovannetti del comitato d'accoglienza. Uno sciame creativo composto da navigati storyteller e "ciabattini del web" lavoro alacremente durante l'estate per raccontare "100 storie sulla fine catastrofica del governo Letta". Oggi, quell'avvistamento, quel meteorite e le sue conseguenze sono finalmente una realtà, anzi, molte realtà.

Tifiamo Asteroide (con una postilla di Wu Ming) è un ebook collettivo che getta 100 sguardi ucronici sulla fine del governo di larghe intese. Una raccolta di micro-racconti che vuole scardinare l'utopismo del "senso di responsabilità", pungolare la bolla delle consolazioni estive fino a squarciare il velluto degli abituè della crisi. Solo un Evento che sconquassi le coordinate spazio-temporali della realtà potrà salvarci, ergo #TifiamoAsteroide!

Mi sono unito anch'io alla carica dei 101 meno, con un racconto dal titolo Sinergia. Prendendo spunto dal testo dal ritornello di The Message dei Furious Five, la mia storia prende le mosse da un background hip hop, ma poi coinvolge un drappello di zingari, alcuni politicanti sbandati, il duo Ratzinger/Bergoglio e...un filosofo sloveno. La storia è quella di un artista di strada di Via del Corso che vive in solitaria il countdown dell'impatto asteroideo. Come si percepisce l'arrivo di un meteorite a "testa in giù"?

Noi dobbiamo anticiparci. Non dobbiamo semplicemente guardare oltre, bensì ulteriormente. Come dicono a Roma: noi dobbiamo sgravare (epistemologicamente parlando). La nostra conoscenza del futuro impossibile determinerà la scoperta di presenti compossibili, micro-universi dell'oppure, faglie superficiali e smottamenti della timeline globale. Heidegger proponeva un essere-per-la-morte, che non significa pensare alla morte, bensì riscoprire la propria esistenza come continua possibilità. Per questo Deleuze dirà che bisogna essere degni dell'Evento, di ciò che ci accade e soprattutto ciò che potrebbe accadere.  

Per tutto questo:
Noi tifiamo asteroide!
   

sabato 1 giugno 2013

Slavoj Žižek su #occupygezi - "Ora siamo parte della stessa lotta globale!"

Photo by @EzgyYenturk
Durante queste ore di scontri nelle strade di Istanbul, un attivista turco ha inviato un email al filosofo Slavoj Zizek scrivendo "Say something, we need support!". Qui sotto trovate la mia traduzione in italiano della risposta attribuita a Zizek. Sebbene non ci siano prove per attribuire il testo al filosofo sloveno, i contenuti e soprattutto la sintassi, lasciano supporre che sia  autentico.  



*** 

Spero che questo sia d'aiuto!



Anche se mosso da un'apparentemente lotta locale per la protezione di un parco nel cuore di Istanbul dalla distruzione commerciale, le proteste in Turchia attualmente in corso si riferiscono ad un malessere molto più profondo. Il fatto che le proteste siano esplose in un paese largamente percepito com modello di "Ilsamismo moderato" con un boom economico è l'indicatore chiave che causa questo malessere: la prospettiva di mescolare la devastante economia neoliberale con l'autoritarismo nazionalista-religioso. Le vittima di questi due processi è le medesime: la società civile indipendente con il suo spirito di solidarietà e tolleranza culturale, lo spirito che forma la vera spina dorsale della salute etica di una nazione. Come tale, le proteste sono la prova vivente che il libero mercato non implica libertà sociale ma può co-esistere bene con l'autoritarismo politico.

Ecco perchè le proteste fanno parte della stessa agitazione globale che sta squotendo l'ordine stabilito lungo il globo. Tutte le persone che hanno a cuore la libertà e l'emancipazione dovrebbero quindi dire al popolo turco: benvenuto! Ora siamo parte della stessa lotta globale! Spagna, Svezia, Grecia, Turchia...solo se lottiamo insieme abbiano una speranza!

slavoj zizek

giovedì 28 marzo 2013

Beppe Grillo secondo Lacan: il Clown come Superego populista

Dopo le ultime elezioni, il Movimento 5 Stelle è la prima forza politica del paese. Il movimento fondato da Beppe Grillo non rivendica la leadership del comico genovese, il quale, de facto, ne rappresenta il deus ex machina: detiene i diritti di sfruttamento del logo/sito di riferimento ed è presidente dell'omonima associazione. Nel 2008, Salvoj Žižek definiva Berlusconi il “Kung Fu Panda” della politica italiana. Non l'uomo "who screwed an entire country" (come lo definì il Guardian), bensì il soggetto che ha fatto del self-screwing o self-mocking la chiave del proprio successo. Come il panda della Disney, zuzzurellone e incompatibile con la carica di “maestro di kung fu”, Berlusconi ha trionfato proprio in virtù della sua sfacciata autoironia nei confronti delle proprie debolezze. “Non facciamoci ingannare, però” - ammoniva Žižek - “dietro la maschera da pagliaccio c’è un potere spietatamente efficientebasato sulla paura del soggetto nocivo (immigrati, clandestini, giudici corrotti ecc.). Berlusconi è ed è stato un grande feticcio (a destra si cantava “meno male che silvio c'è” a sinistra si organizzavano i No B-day).
 
Oggi Beppe Grillo ha elevato il pagliaccio ad un livello superiore, impersonando un clown incazzoso che non ha bisogno di occupare una posizione simbolica specifica (la cosidetta “poltrona”), per esercitare il proprio potere superegogico. Ma cos'è il superego? Secondo Sigmund Freud, in L'Io e L'es, è l'istanza psichica che subentra dopo la morte simbolica del Padre (tramonto del complesso di Edipo) e attraverso cui interiorizziamo i codici di comportamento etico, l'insieme dei valori socialmente accettati che ci guida nelle scelte (“l'Ideale dell'io o Super-io”). Succesivamente Jacques Lacan suddividerà questo agente (agency) in due parti: definendo l'Ideale dell'Io come Nome-del-padre/Grande Altro (in inglese: Big Other), un concetto molto simile all'orwelliano Grande Fratello (Big Brother): lo sguardo onnivedente dell'ordine socio-simbolico, l'Alterità verso cui il soggetto fonda il suo desiderio, sempre disatteso perchè basato su una mancanza. Il Nome-del-padre di Lacan ha però il suo lato osceno, e si esprime con quello egli nel Discorso ai Cattolici chiama “Il padre Reale” (e Žižek rielabora in Padre del godimento). Il superego allo stato puro è “questo stesso agire nel suo aspetto vendicativo, sadico e punitivo […] l'agente crudele e insaziabile che mi bombarda di richieste impossibili […] e per cui più provo a reprimere i miei sforzi peccaminosi, più sono colpevole ai suoi occhi”(Žižek, Leggere Lacan, p.98). Per Lacan il superego è strettamente legato all'inconscio, poiché diventa “l'identificazione che sommergiamo di rimproveri in noi stessi” (Discorso ai cattolici, p.76). Secondo questa teoria, dietro ad un processo guidato da un apparato di potere, c'è sempre un buco nero di godimento insaziabile. Nel film/saggio The Pervert's Guide To Cinema, Žižek cita come esempio un cartone Disney del 1935 intitolato Pluto's Judgment day.

mercoledì 27 febbraio 2013

Slavoj Žižek - Netocrazia?


 L'aspetto “pro-capitalista” di Deleuze e Guattari è stato ampiamente sviluppato da Aleander Bard e Jan Soderqvist nel loro Netocracy, l'esempio supremo di ciò che si è tentati di chiamare – non cyber-comunismo – bensì cyber-Stalinismo. Mentre rigetta crudelmente il marxismo come obsoleto, parte di una vecchia società industriale, esso si appropria dal marxismo Stalinista tutta una serie di caratteristiche fondamentali, dal determinismo economico primitivo e l'evoluzionismo storico lineare (lo sviluppo delle forze di produzione – lo spostamento di accento dall'industria al management dell'informazione – necessità di nuove relazioni sociali, il rimpiazzo dell'antagonismo di classe fra capitalisti e proletari con le nuove classi antagoniste dei “netocrati” e dei “consumetari”) fino alla nozione estremamente rozza di ideologia (nell'accezione più ingenuamente Illuminista, l'ideologia, dalla religione tradizionale all'umanismo borghese, è rapidamente respinta come lo strumento della classe egemone e degli intellettuali a suo servizio, destinata a tenere in scacco il ceto basso). Qui, allora, si trova la visione base di “netocrazia” come nuovo modello di produzione (il termine è inadeguato perchè, in esso, la produzione perde precisamente il suo ruolo chiave). Mentre nel feudalesimo la chiave del potere sociale era il possedimento della terra (legittimata dall'ideologia religiosa) e nel capitalismo la chiave del potere è la possessione del capitale (con il denaro quale misuratore dello status sociale), con la proprietà privata come categoria legale fondamentale e il mercato come il campo dominante degli scambi sociali (tutto questo legittimato dall'ideologia umanista dell'Uomo come agente libero e autonomo), nella nuova emergente “netocrazia” la misura del potere e dello status sociale è l'accesso all'informazione chiave. Denaro e possedimenti materiali sono relegati ad un ruolo secondario. La classe dominata non è più la classe dei lavoratori ma la classe dei consumatori (“consumatari”), coloro i quali sono condannati a consumare le informazioni preparate e manipolate dall'elite netocratica. Questo spostamento del potere genera interamente una nuova logica sociale e ideologica. Finchè l'informazione circola e cambia continuamente, non c'è più una gerarchia stabile e a lungo termine ma una permanente rete variabile di relazioni di potere. Gli individui sono “nomadi”, “dividuali”, reinventano se stessi costantemente, adottano ruoli differenti; la società stessa non è più un Tutto gerarchico ma una complessa rete di reti.

sabato 27 ottobre 2012

Ricci/Forte - Dejavù postmoderno, ovvero perchè in Italia stiamo indietro di 10 anni


"Dejavù postmoderno!"
La mia ragazza sgomenta. Sono le 8.32 sul fuso orario del nostro letto.
"Parlo di Imitation of Death dei Ricci/Forte! Ho bisogno del blog...e di un caffè".

Dunque. Il contesto è irretito: Ricci/Forte è considerato fra i vertici del nuovo teatro di ricerca italiano. Roba da pompini in scena, svenimenti in sala, tutti esauriti. Una breve rassegna stampa tratta dal loro sito: "Portiamo in scena la vita di oggi, chi si scandalizza ha dei problemi" dicono loro. "dei Tarantino del teatro, con un gesto più intellettuale e onirico per il racconto" dicono di loro. Roba da citare Ragazzi di vita, Leonardo da Vinci, Spinoza, Platone, e per quest'ultimo lavoro Žižek e Chuck Pahalaniuk (v. libretto di sala).

Un "cioè li devi vedere per forza!" mi perseguita da diversi mesi.
Ieri sera, finalmente, vedo.
E ascolto.
E ascolto l'intervista post-spettacolo.
"Non ci interessa di Baudrillard [...] Non ci interessa di Pahalaniuk [...] a noi interessa gettare la maschera e arrivare al nodo."
Exit Nexus.

martedì 11 settembre 2012

Il Web Gnostico: teoria del complotto e ideologia della rete (2/3)


NB: questa è la seconda parte di un post "a puntate". Se ti fossi perso la prima clicca qui.

§

Per teoria del complotto si intende una teoria che offre un’interpretazione alternativa alla versione ufficiale, di determinati eventi ad opera di una cospirazione o complotto. In ambito storico e sociologico, questo termine è usato per indicare quelle “cospirazioni” che non hanno avuto una plausibilità scientifica. Non solo molte teorie del complotto non si basano su prove o fatti empiricamente dimostrabili ma non seguono nemmeno le norme internazionali del metodo scientifico, il quale prevede la contestualizzazione storico-critica dei dati, il confronto con altri autori e l’elaborazione di una teoria che sia (“salvo prova contraria”) la più plausibile per analizzare un determinato fenomeno. In aggiunta, un altro tratto caratteristico delle teorie complottiste è quello che in psicanalisi è definito “eccessivo investimento libidico” da parte del soggetto (cfr. Lacan e Zizek). Esempio: io sono geloso del mio partner. Non importa se effettivamente egli mi tradisca o meno. Il fatto che io provi gelosia va aldilà dell'eventuale prova di tradimento. Paradossalmente, anche se effettivamente il mio partner mi tradisse, i motivi della mia gelosia sarebbero lo stesso di natura patologica. Insomma, non è in virtù di una teoria ragionata, che scaturisce la passione per la lotta, ma al contrario, è grazie a un’eccesso di libido che sono indotto ad elaborare una teoria per razionalizzare le mie azioni.
Di conseguenza, non solo tendo ad abbracciare quelle teorie che più si confanno alla mia inclinazione psicologica, ma tendo a prendere per buoni ed assumere su me stesso alcuni metodi di interpretazione che utilizzo – come si è detto nella prima parte del post – per il mio lavoro di ricerca personale della verità. Questi metodi, che hanno lo stupefacente vantaggio di farci capire “immediatamente” come va il mondo, sono ben circoscrivibili prendendo alcune nozioni di base di semiologia, epistemologia ed ermeneutica. Tenterò ancora una volta di sintetizzarne alcune, con l’invito ad approfondire qualitativamente a fronte della bibliografia in appendice.

mercoledì 5 settembre 2012

Wake me up when September dance!


Tornare in città è perturbante. Vedi il sogno estivo sublimarsi lentamente nel neonato andirivieni della metropoli. Tornano a girare i tornelli, insomma. Con loro la pioggia, i pantaloni lunghi e internet. Così, dopo la solita ecatombe di agosto, si riesuma il pc in cerca di utenti superstiti. A dir la verità molti di noi on-line lo sono stati sempre. In spiaggia, piuttosto che nei vicoli del paesino medievale, il ticchettiò degli smartfoniani ha scandito le nostre vacanze. O di chi se l'è potute permettere. O chi - come il sottoscritto - le ha solo "spacciate" per vacanze. "Grande è la confusione sotto al cielo. La situazione è eccellente" - disse il tizio tatuato sulla spalla di Mike Tyson.

***
Torno da un Agosto di fuoco, dove l'unica cosa ad essere ancora infiammata è la mia povera schiena. Nove giorni di street show in giro per la riviera e un altro paio di salti nel Salento. L'esperimento è costato caro sia al pubblico (assai magnanimo con gli spiccioli), sia al sottoscritto che ne ha maturato gli interessi in termini di contratture ed escoriazioni. Mi sono imbattuto in tali persone, situazioni e fatti da ispirare il Lewis Carroll che e in me e iniziare la stesura di un racconto, simile invero, al mio vagabondaggio artistico. Presto (cioè fra un bel pò di settimane) on-line su questo blog.

lunedì 16 luglio 2012

Il Web Gnostico: teoria del complotto e idelogia della rete (parte 1/3)


“Ma allora m’han sempre preso per il culo!” – grida incazzato il rag. Fantozzi. “Ma chi?” risponde Pina. “Ma loro! I padronati, le multinazionali! Per vent’anni m’hanno fatto credere che mi facevano lavorare solo perché loro sono buoni!”.


NB: lo stile del testo seguente, è stato esplicitamente elaborato per una lettura sul web, tuttavia consiglio agli utenti di limitare il più possibile salti di scheda, lettura di notifiche e discussioni in chat ;-)

mercoledì 30 maggio 2012

duemila20 - Break To The Future



Roma, 30 Maggio 2020 - In questi sgoccioli di primo ventennio, un'epidemia di ricordi sta contagiando la rete. Fatti e pensieri fra loro discordanti stanno intasando le timeline di Twitter con l'hashtag #duemila20. Sembra che l'umanità stia improvvisamente ricostruendo la storia degli ultimi 12 mesi, nonostante le notizie siano sempre state diffuse con aggiornamenti in tempo reale. Dall'ultimo film visto al risultato delle scorse elezioni, gli utenti stanno condensando in poche ore la timeline di un'intero anno, sovraccaricando il web e impedendo ogni organizzazione lineare dei contenuti. Dalle maggiori società informatiche, l'appello è stato presto condiviso dai governi di tutto il mondo: "Stop alla condivisione, o si rischia il blocco globale della rete." Ormai non c'è possibilità di risalire all'originatore del flusso, a patto che ce ne sia uno, e gli interrogativi serpeggiano fra un post e l'altro: da cosa nasce il de ja vù topico? Perchè questo improvviso riflusso cronologico? Cosa c'è che non va con la nostra memoria?

mercoledì 1 febbraio 2012

La Realtà


“Realtà” sta a “Finizione” come “Vero” sta a “Falso”. E’ algebra. Pittura, scultura, cinema, televisione - ah! la televisione! - internet: mondi virtuali, artefatti, illusori, pseudo-mondi. Pillola rossa o pillola blu? - disse il Bianconiglio. Siamo alla terza generazione della cultura dell’immagine e alla prima del digital born. Un pc in ogni casa e qualche “mela” nel taschino: registrare, riprodurre, diffondere.

#15Ottobre 2011, Piazza S.Giovanni - Col naso appanno gli occhiali, con la bocca bevo limone: respirare è diventato complicato. Trattengo il fiato, impugno la videocamera. Guardo in basso in cerca del pulsante rec, mentre dribblo una buca. Ssha! - una saetta nebulosa manda in bianco l’inquadratura. I miei occhi sono quelli del monitor lcd: osservano la scena ad altezza d’uomo. Questa è Roma, ma non è Roma, è una guerra, no, un film di guerra: scenografia, fotografia e direzione delle comparse è troppo perfetta! Mi fermo. Abbasso il braccio-digitale. E la realtà ruggisce. Immobile, occhiali appannati, bandana bagnata: respiro come Darth Vader...cazzo sto cinema mi perseguita! Shaa! - stavolta è acqua urticante, fuggo, butto la videocamera nello zaino [...] dov’è la videocamera?  


venerdì 8 luglio 2011

Menzogne mascherate da verità: cosa vogliono i No Tav?

- Ma questi che vogliono? Questi valsusini illiberali, questi "black-anarcoglobal-bloc[k]", questi sbirri, quest'Altri? 
- Dal mio punto di vista...
- Una cosa è certa: sono tutti incazzati neri. 
- Si, insomma c'è anche chi ha marciato pacificam... 
- Sono tutti incazzati neri.
-...vedi poi il corteo si è ricongiunto e...
- Sono tutti incazzati neri.
- Ma...
- Ma niente. Sono tutti incazz...
- ...ATO sono io! Vuoi ascoltarmi o no?
- No. Sono tutti incazzati neri. Sono tutti incazzati neri.sonotuttiincazzatineri.sonotuttincazzatinerisonit..
- ...

Vi è mai capitata una cosa del genere? Intendo, parlare con qualcuno e accorgersi che qualsiasi cosa si dica per dimostrare una tesi, dall'altro lato non c'è ricezione, solo "autismo d'opinione". In quei casi la ragione non serve, siamo davanti ad un "rapimento emotivo" che blocca la razionalità del nostro interlocutore ormai in preda ad un illogico pregiudizio emozionale.

lunedì 30 maggio 2011

Shit, Communists again! - Hip Hop & Politica

Dopo gli "impossibili" risultati elettorali di ieri, è d'obbligo un post. Dopo le webcissitudini dell'evento di Casapound dedicato alla Street Art, il rapporto fra Hip Hop e politica è ritornato un topic della scena romana (e non solo). Ci si chiede ancora se la doppia H sia di destra o di sinistra, tentando nel frattempo di delinearne i confini culturali e storici. Nel movimento internazionale, fra nostalgie da 40enni e pietre miliari che se ne vanno (per ultimo Gill Scott Heron), si avverte l'esigenza di cambiamento o meglio, di una discesa a valle, come per orientarsi meglio in vista della prossima scalata.

Ok, ma sto HH è politico o no? - Si e no. Se pensi che la politica sia una jam fra partiti & ideologie, allora no. Se vedi l'Hip Hop come un movimento di contro-cultura, allora si. E c'è contro-cultura al gusto di destra come di sinistra. It's matter of flavour. Storicamente in Italia la doppia H è stata spalleggiata dall sinistra sia per esigenze logistiche (i centri sociali come fac-simile dell'habitat metropolitano americano) sia per affinità ideologiche (libertà d'espessione, diritti civili, critica al sistema). Ed è su quest'ultimo punto che l'ascesa alle comunali della sinistra definita "estremista" può insegnarci una lezione su come il vento di cambiamento sia giunto anche qui da noi, noi della scena italiana. Un incentivo per riguardare al passato - togliere un pò di scheletri dall'armadio certo - e riscoprire l'identità collettiva del Hip Hop, che come la politica:"prima o poi si interesserà di te".

Il fatto che Deleuze, poco prima di morire, si trovasse nel bel mezzo della stesura di un libro su Marx, è indicatvo di una tendenza più ampia. Nel passato cristiano era uso comune per le persone che avevano condotta una vita dissolua ritornare al porto sicuro della chiesa in erà avanzata, in mdo da potersi rinconciliare con Dio. Qualcosa di simile sta accadendo oggi con molti esponenti della sinistra anticomunista. Nei loro anni finali fanno ritorno al comunismo, come se dopo la loro vita di tradimento depravato, volessero morire riconciliati con l'Idea comunista. [...] abbiamo speso tutta la nostra vita a ribellarci invano contro ciò che, nel profondo di noi, sapevamo sempre essere la verità.[...] il nostro messaggio di oggi dovrebbe essere: non averew paura, unisciti a noi! Hai avuto il tuo divertimento anticomunista e sei stato perdonato per esso: è tempo di tornare di nuovo serio!

Slavoj Žižek

sabato 12 febbraio 2011

Left 4 Dead - Hitchock sarebbe un NERD

Dopo essermi sparato in vena il recente cult planetario The Walking Dead, l'ammazzazombie che è in me si è spinto oltre, inaugurando la mia nuova postepay con Left 4 Dead. Questo videogame sparatutto  prodotto da Valve e distribuito sulla piattaforma online Steam, è ormai il Resident Evil degli anni 2000. La storia è sempre la stessa: "curare gli zombie...una pallottola alla volta." A compiere l'impresa quattro sfigati della middle-class americana: un meccanico, un giornalista, un coach di football...insomma, gente di strada come piace a noi. Personaggi abbastanza bruttini, ma estremamente cool. Perchè in uno sparatutto standard si tende a prendere l'arma più potente e precisa ma in Left 4 Dead il gusto di sterminare gli zombie con una padella da cucina o con la katana di Bruce Willies, o il machete di Danny Trejo, è impareggiabile. Non c'è realismo, salvo quello cinematografico degli slasher e dei grindhouse di tarantiniana rievocazione. Ed è qui il primo indizio ideologico del gioco: se non si colgono questi riferimenti alla cultura cinematografica postmoderna, si è fuori (dal vero gioco, intendo).  Ogni campagna è divisa in tempi, come al cinema, ed introdotta da una locandina in stile action movie hollywoodiano con tanto di sottotitolo. C'è Swamp Fever (Febbre di Palude) dove "l'unica cura è morire", oppure il Centro di Morte in cui "Prices aren't the only things getting slashed" (i prezzi non saranno le uniche cose ad essere tagliate). E poi c'è "Director", l'intelligenza artificiale che si occupa di creare un'effetto di "procedural narrative". Si tratta di un nuovo sistema in rapida diffusione nei giochi in cui l'A.I. analizza lo stress dei players (punti vita, equipaggiamento, punteggio ecc.) e aggiunge/diminuisce oggetti e mostri per migliorare la suspance e i colpi di scena della partita. Hitchcock sarebbe un NERD.

Secondo: gli zombie. Sono passati quasi 200 anni da quando Mary Shelley concepì l'idea di Frankenstein dopo una notte nella villa dell'amato Lord Byron a Ginevra. Frankenstein, il morto che cammina. Poi Dracula il morto che si nutre e infine, tocco poetico, "l'orrore" di Kurtz in Cuore di Tenebra, dove gli indigeni della giungla erano...beh, lasciamo parlare direttamente Conrad:

"La terra qui sembrava ultraterrena. Noi siamo abituati a vedere la forma incatenata di un mostro sopraffatto, ma lì - lì potevi vedere qualcosa di mostruoso e di libero. Era terrificante e gli uomoni erano... No, non erano inumani. Bè voi sapete che è proprio questo il lato peggiore della cosa - il sospetto che non fossero inumani si affacciava a poco a poco."

Risiede qui il fascino degli zombie: non tanto il sentimento sublime di scontrarsi con qualcosa di incontrollato e misterioso, quanto il sospetto che fra noi e loro ci sia un'oscuro legame genetico. Come fa notare Zizek nel suo ultimo libro Living in the end of the Times (2010), è forse il caso di pervertire la nostra interpretazione delle storie di zombie seguendo l'indicazione del romanzo originale di Io sono leggenda (Richard Matheson, 1954). Nella versione cinematografica Will Smith "diventa leggenda" poichè sacrifica la sua vita per consegnare l'antidoto dell'epidemia alla colonia di superstiti e rilanciare così un new cursus dell'umanità (come un certo tizio con la barba 2011 anni fà). Lo stesso titolo, nel romanzo originale, acquista un significato completamente diverso: il protagonista Neville, "diventa leggenda" non per gli umani (è l'unico uomo superstite) bensì per la nuova razza di vampiri che hanno preso il posto dell'umanità dopo l'ultimo conflitto mondiale. Per loro, noi umani siamo "la leggenda", esseri straordinari da annientare per garantire la sopravvivenza della specie. Anche in Left 4 Dead la catarsi cinematografica e la parziale identificazione con gli eroi, ci  fa scordare che in effetti sono gli zombie la maggioranza etnica. 

In chiave parapsicologica, entriamo nel campo dell'Altro. Così, nel celebre saggio di Lacan "Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell'io", lo psicanalista francese indica che per percepire noi stessi come "io" dobbiamo confrontarci con l'altro-io che vediamo riflesso nello specchio. Solo così possiamo "alienarci in noi stessi", e dare vita all'immaginario, al simbolico, e al reale. Termini un pò astrusi per i non-lacaniani, ma efficaci per interpretare il nostro sparatutto tarantinesco. Cos'è lo zombie se non il nostro doppio specchiato nel riflesso della morte, del non-essere? Una dimensione, quella del non-morto, che è completamente diversa dal "resuscitato": questi non sono morti che tornano in vita (da cui potrebbe scaturire un'interpretazione para-religiosa della storia) ma i così detti morti-viventi, coloro i quali vivono pur conservando il loro status di morti. E non ci vuole un sociologo per capire che i nostri zombie, quelli della vita quotidiana, sono diventati gli immigrati, gli stranieri e perchè no, anche i "fondamentalisti". Non ci vuole nemmeno un politologo per capire quanto il motto del videogame ("kill them all"), ricordi l'appunto finale di Kurtz ("nuke them all" ) in Apocalypse Now (trasposizione cinematografica di Cuore di Tenebra). L'ideologia vigente (di stampo liberal-populista) è che di fronte all'Altro (ormai in maggioranza) l'unica cosa da fare è sopravvivere, barricarsi e sfuggire ad ogni tipo di contatto. Eppure quelli, gli zombi, gli altri, erano come noi o forse, ancora peggio, noi eravamo come loro. La proposta politica di Zizek è quella di abbracciare e accettare l'alterità assoluta e da lì partire per una vera politica multiculturale, che non sfrutti questa definizione per rivendicare il privilegio di chiudersi ognuno nella propria isola felice (isola immaginaria e mai veramente isolata: leggere La mascherata della morte rossa di E. Allan Poe per credere).

La provocazione finale del filosofo sloveno è dire "si" al burqua. Tentare di toglierlo, non significa difendere i diritti civili delle donne islamiche coercizzate dall'ideologia maschilista, bensì, in termini psicanalitici, voler spogliare l'Altro della propria diversità, assoggettarlo alla nostra. Il vero incontro con l'altro - dice Zizek - sarà quando inizieremo a raccontarci con lui le barzellette sporche.

Lo so, sto trascurando il blog. Lo so, cambio spesso argomento. Lo so, dovrei parlare più di b-boying e meno di info-media-serial-stronzate. Eppure...

mercoledì 17 novembre 2010

L'essere inganna - per una rivalutazione delle apparenze nella danza Hip Hop

Fin da piccoli ce la menano con la storia che “essere” è più importante che “apparire”. La crescita della nostra vita interiore è più importante di quella esteriore, artificiale. Cresciamo a suon di Cenerentola, La Bella e la Bestia e Superman: tutti eroi la cui apparenza inganna. Tutto ciò che appare è dunque illusione. Per Platone la nostra realtà era la copia apparente dell’universale iperuranio; per Kant i nostri stessi sensi ci impedivano l’accesso alla “cosa in sè”; lo stesso concetto di avatar (la rappresentazione virtuale del nostro io nel cyberspazio) deriva dalla religione Indù, a cui Schopenhauer si ricollega parlando della realtà come “velo di Maya”, ciò che copre l’accesso alla conoscenza della verità. Cresciamo guardando film come Matrix, The Thruman Show e, ovviamente, Avatar: tutti a dirci quanto il nostro vero “io” sia offuscato dalla malvagia società delle apparenze.




Poi qualcosa cambia; le prime delusioni amorose (“ma come?! io sono molto meglio di quell’altro!”), le prime delusioni politiche (“sono tutti corrotti!”), le prime delusioni esistenziali (“che mondo di merda! quasi quasi me ne vado all’estero...”). L’apparenza vince sull’essenza, dove l’apparenza sono gli altri e l’essenza siamo per forza noi. E’ colpa dell’Altro se le cose vanno male, ma per fortuna possiamo rifugiarci nell’io, il nucelo sano del nostro vero essere, il candido soffice bambino che è in noi e che il mondo ancora non ha sporcato. “Essere e avere” è il titolo del celebre libro di Eric Fromm, molto in voga neglia anni ‘70. 
 
Oggi invece, dopo leggere Paulo Cohelo o dedicarsi al buddismo-zen, una delle modalità più diffuse per riscoprire il nostro io, è quella di danzare. Siamo soliti dire: “Ballando esprimo me stesso” - evocando l’immagine raccapricciante della nostra anima spappolata sulla punta di una specie di spremiagrumi trascendentale. Rinvigoriti da questo succo d’arancia metafisico possiamo tornare alla nostra squallida, artificiale apparenza. Perchè il mondo và così; perchè tanto, parafrasando Fight Club, possiamo sempre rifugiarci nella “caverna nascosta”.
 
Secondo il filosofo Slavoj Žižek, l’idea di un “io innocente” (come quella di un passato glorioso) è la costruzione immaginaria della nostra mente, per evitare di confrontarci col nulceo vuoto della nostra esistenza e giustificare la nostra condotta “artificiale”. Il fatto è che, nonostante tutti sappiamo che “essere” sia più importante che “apparire”, tuttavia continuiamo a comportarci come se non lo sapessimo. Come ci riusciamo? Semplicemente credendo alla purezza del nostro io interiore, che nonostante la nostra condotta impura nel mondo dell’apparenza, rimarrà un rifugio sicuro per la nostra anima. È la vecchia giustificazione militare: “Ho solo eseguito gli ordini”. Non vorremmo comportarci così, ma è l’Altro che ci obbliga a farlo.
 
Che centra tutto questo con la cultura Hip Hop e il breaking? La mia non è una critica materialista all’umanità, bensì un’umanizzazione della materia di cui è fatta la nostra apparenza. Se il nostro essere (il significato) si rivela una giustificazione immaginaria (un significante) allora sarà il caso di rivalutare l’importanza dell’apparenza. Lo spiega bene Quentin Tarantino, quando nel finale di Kill Bill Vol.2 ci racconta la sua interpretazione di Superman: Clark Kent è l’immagine che Superman ha dell’umanità. Il vero Clark Kent è Superman. Il suo costume è fatto con gli abiti in cui era stato ritrovato da neonato. 

 

Nel mondo Hip Hop siamo soliti impersonare un character, un personaggio diverso da quello che siamo nella vita di tutti i giorni. Come supereroi, indossiamo un costume abbinato e utilizziamo le nostre “super-skills” per vincere la battaglia, la sfida. L’Hip Hop è aggressivo, ma nell’accezione latina del termine “ad-gredior”, che significa “andare verso”. Andare verso gli altri, confrontarsi, esprimere attraverso l’esteriorità dei nostri movimenti. Capite allora quanto banale rischia di essere la frase: ”Io esprimo me stesso”. Se crediamo veramente di espirmere “noi stessi”, allora non ci sarebbe bisogno di farlo attraverso la metafora della disciplina artistica: è tutto già “espresso” vivendo la nostra vita. La scommessa, secondo me, è invece quella di abbracciare la così detta “apparenza” per trovare sulla sua superficie, una realtà del nostro essere che normalmente non riusciamo ad esprimere. Ecco perchè per essere “noi” a volte dobbiamo diventare “altro da noi” e anzi, come Superman, pensare che il supereroe sia il nostro io reale e che Clark Kent sia l’idea che diamo di noi al mondo.

The Rock Steady Crew nel videoclip "Uprock" (1984)
L’avatar, nell’etimologia induista, è l’incarnazione terrena di una divinità (il “significato” che s’incarna in un “significante”, il concetto che s’incarna nella parola, la sostanza che viene versata nel bicchiere) e lo stesso avviene nel caso del cyberspazio: l’uomo (il significato) che si virtualizza in un significante (l’accout di un gioco di ruolo o di un social network). Ebbene nel caso della danza hip hop, avviene esattamente il contrario: è la persona comune ad essere un significante vuoto in cerca di numerosi significati da contenere. Mi spiego: è il nostro vero io (quello di tutti i giorni) ad essere un recipiente vuoto mentre è il character che assumiamo ballando, a riempire di contenuto quel vuoto, il nostro vuoto. Con questo non voglio dire che la nostra vita quotidiana non vale niente e che solo l’arte può dargli significato. In questo caso, tornerei in qualche modo a rifugiarmi nell’idea immaginaria di un altro “vero io” nascosto nel regno dell’arte. 

La soluzione di Žižek (riprendendo Deleuze) è quella di trovare il senso sulla superficie delle apparenze, e non dietro di esse, perchè nell’apparenza stessa c’è già una parte del nostro io. Eseguire movimenti, gesti, atteggiamenti lontani da noi, significa indossare la stoffa dell’apparenza che è già parte di noi (come nel caso di superman-neonato) e trasformarla in un costume da supereroe, esprimendo non quello che c’è in “noi” ma quello che Lacan chiamava “quel che c’è in noi più di noi”. Molto più onesto.

 Non aggiungo altro a parte: Ci vediamo domenica al Floor Wars!

[v.1.1, del 05/05/2013]

giovedì 4 novembre 2010

Dalla Tragedia alla Farsa

Dalla Tragedia alla Farsa
Ideologia della crisi e superamento del capitalismo
di Slavoj Zizek
Ponte Alle Grazie, 2009
Leggi qui la mia recensione critica






 


"Nessuno prende più la democrazia o la giustizia sul serio, siamo tutti consapevoli della loro natura corrotta, ma vi prendiamo parte, mostriamo la nostra fede in esse, perché assumiamo il fatto che funzionano anche sen non ci crediamo. Per questo Berlusconi è il nostro grosso Kung Fu Panda. Forse la vecchia battuta dei fratelli Marx: “Quest’uomo sembra un idiota corrotto e agisce come un idiota corrotto, ma questo non deve ingannarti – egli è un idiota corrotto”, si scontra qui con i suoi limiti: mentre Berlusconi è ciò che appare essere, la sua apparenza rimane non di meno ingannevole".
Slavoj Žižek


Ecco dopo i vari tormentoni su Berlusconi che dopo Napoli, gettano ancor più spazzatura nella nostra italietta benpensante, ho deciso di pubblicare la mia recensione critica su un libro che consiglio di leggere a tutti.Zizek nell'accademia, come Berlusconi nella politica, è paragonato ad una sorta di clown e criticato per le sua vena sarcastica ed anti-accademica. Ma a differenza di B., Zizek è onesto e ammette di non voler essere più preso come il "burlone della situazione" e prendere le sue provocazioni per quello che sono: spunti alla riflessione. Per il nostro premier Bunga-bunga il discorso è contrario: egli basa la sua egemonia proprio sul fatto che le sue marachelle vengono puntualmente prese sul serio dalla critica di sinistra,  innescando il putiferio mediatico dove "tutti dicono il contrario di tutto", mentre lui continua a spianare la strada verso la "post-democrazia".

domenica 28 marzo 2010

Slavoj Žižek "Come leggo Marx, come leggo Lacan"


Di fronte al filosofo che definisce la necessità come l’interpretazione retroattiva di un evento puramente contingente, non so proprio chi ringraziare per “la contingenza” degli eventi che ha reso possibile il mio incontro con lui. Si perché, parafrasando Lacan, mi sono trovato in una di quelle situazioni “più assurde dell’assurdo”, così vere da sembrare finte. Senza biglietto, senza un aggancio per entrare, senza un bel visino la sfoggiare all’usciere, ero ormeggiato nel limbo dell’atrio nella vana speranza che qualcuno rinunciasse al proprio posto. Sarei stato probabilmente il più autorevole conoscitore di zizekologia della sala e non potevo accedervi. E mentre recitavo il mea culpa all’uscita del bagno dell’auditorium una voce, come sulla via di damasco, mi folgorava:”Ma tu sei Nexus?”. La mia nuova felpa ricamata “Urban Force” aveva svolto il suo dovere simbolico e quell’usciere aveva visto quel che c’è “in me più di me”. Entravo entravo entravo!



Roma, 27/03/2010 - Una maglia a “v” semi-sgualcita, la lingua “alla Fantozzi” e un continuo toccarsi il naso. Slavoj Zizek conquista subito il pubblico eterogeneo del Teatro Studio, che in occasione dell'evento Libri Come, ha fatto il tutto esaurito. Avrebbe dovuto parlare di Marx e Lacan, ma non lo fa o meglio non dice di farlo. Il vero interlocutore mancante è il cinema a favore di un approccio sprezzante alla politica contemporanea, suffragato dall’uscita del suo nuovo libro Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo. (Ponte alle grazie ed.) “Provengo da un piccolo paese della Slovenia” – esordisce – “e mi permette di vedere le cose nella loro posizione contingente”. Ironizzando, parla della saggezza slava e di come nel suo paese tutti sappiano il significato del misterioso sorriso della Mona Lisa. Le sue lips (labbra) sorridono a causa di un lick (leccata). La battuta oscena è confezionata, tutti ridono. Poi inizia sul serio: ”Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Questa frase tratta da I Fratelli Karamazof di Dostoevskj è ancora oggi utilizzata dall’ala conservatrice per legittimare il valore di un’autorità trascendentale in grado di regolare, e quindi salvaguardare, le nostre vite dal baratro dell’edonismo egotistico. Al contrario per Zizek, che riprende il Seminario XI di Jacques Lacan:”Se Dio non esiste, allora tutto è proibito”. Infatti la vita dell’ateo liberal-edonista è più complicata che mai. Lungi dall’essere libero dalle proibizioni religiose, egli ha bisogno di auto-limitarsi per assicurare la prosecuzione del proprio benessere e non intralciare quello degli altri. Diete, fitness, astinenze ma anche sguardi bassi e formalismi, non sono altro che prescrizioni di un Super-Io (quell’agente osceno che ci bombarda di richieste impossibili) che regola il godimento del soggetto al fine di non disturbare il godimento dell’altro. A proposito di questa inversione oppositiva, Zizek cita l’incontro avvenuto negli anni ’90 a Belgrado con dei fondamentalisti religiosi che al grido “Fuck the modern!” si servivano del loro ruolo di “strumenti di Dio” per perpetrare tutta una serie di crimini contro altri uomini. Secondo Zizek ci troviamo di fronte a ciò che Kierkegaard chiamava “sospensione religiosa dell’etica”. Le religioni come le grandi ideologie (es. lo Stalinismo, ampiamente analizzato nei suoi libri) sono una sorta di anestetico emotivo che permette agli uomini di eseguire gli atti più atroci in nome di una causa. Allo stesso modo, parafrasando Adorno, agire per un ideale (il volere di Dio, il progresso della Storia) conferisce al soggetto una certa dose di godimento, nonostante riconosca l’obiettiva crudeltà dei suoi atti.


Lungi dall’essere nell’era post-idelogica, Zizek fornisce alcuni esempi di agenti super-egogici che fanno da base alle nuove ideologie. Primo fra tutti è il movimento ecologista. Pur riconoscendo la gravità della crisi ecologica, Zizek critica fortemente questo movimento come nuovo “oppio del popolo”. Predicando la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse energetiche, apparentemente l’ecologismo pone dei limiti per un fine etico: il bene di tutta l’umanità. Il fatto però che la recente crisi mondiale del sistema bancario (capitalista) abbia scalzato l’attenzione sulla risoluzione dei problemi ecologici (vedi la fallimentare conferenza di Copenhagen 2009) offre la possibilità per un’ulteriore ribaltamento oppositivo. Gli stati che hanno rifiutato di limitare il sistema economico in favore della “sopravvivenza”, hanno testimoniato la loro dedizione etica al Capitalismo. L’egotismo del capitalista diventa dedizione etica alla riproduzione del sistema e viceversa l’impegno etico dell’attivista ecologista è mero senso di sopravvivenza.

Sempre sulla borderline del fraintendimento, Zizek fa una digressione sul ruolo del poeta nei sistemi totalitari. Lontani dalla rappresentazione di naturale innocenza che ne danno i profili storici, i poeti hanno molto spesso offerto il supporto emotivo per giustificare terribili crimini ideologici (vedi. Vladic e Karazic nella dittatura Milosevic). Ovviamente è stupido pensare di liquidare il lavoro dei poeti in questi termini, ma Zizek insiste sul fatto che oltre ad una forza militare esiste anche una “poetica militare” in grado di condizionare altrettanto efficacemente i comportamenti delle persone. “State attenti” – esorta – “dietro la perpetrazione di genocidi ci sono sempre alcuni poeti”.


Infine, come se non bastasse, arriva il momento di occuparsi del Cristianesimo. Zizek, già autore del controverso The Puppet and the Dwarf (Il Cuore perverso del cristianesimo, 2003), espone la sua tesi secondo cui Dio stesso non sia credente. Nel grido d’aiuto di Gesù crocifisso "eloi eloi lama sabachthani” (dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato), Dio capisce che non può farcela senza di noi e che non si fida di se stesso. In accordo con Chesterton, Zizek si allontana dall’interpretazione di stampo pagano che vede Gesù sacrificarsi per i nostri peccati. Altresì evoca l’immagine di Cristo risorto come “holy ghost” (fantasma sacro), metafora della comunità cristiana. Nonostante il suo ateismo, e sta qui la genuinità dell’interpretazione zizekiana, egli è un lucido sostenitore delle radici cristiane europee. In tema di immigrazione e accettazione dell’altro, il messaggio cristiano di “amare il prossimo” è più che mai attuale. Accettare, ammonisce Zizek, non significa però gettare la maschera, bensì accettare di trovare una maschera aldilà della maschera. Ricollegandosi al concetto della de-sostanzializzazione dei prodotti (caffè senza caffeina, carne senza grassi, cioccolato senza cacao), la cultura liberale vorrebbe accettare l’Altro ma senza la sua alterità (“decaffeinato”). Zizek, prendendo come esempio le controversie francesi sull’adozione pubblica del burka, ricorda che l’ansia non risiede nel non poter vedere ciò che c’è aldilà della maschera, ma bensì vedere la superficie inumana che ci guarda senza mostrare gli occhi. Insomma per Zizek la soluzione ai conflitti di immigrazione non è quella di aprire le frontiere in maniera illimitata ma risolvere il problema there (là), accettando l’alterità, la “cosa” (Das Ding freudiana) senza ingannarci ponendo metaforicamente una faccia (menzognera) sopra al burka.


Terminata la conferenza mi fiondo verso Zizek assieme ad una sparuta masnada di fan. Continua a parlare, insaziabile di domande. Una donna gli chiede una consulenza psicanalitica. “Signora” – risponde – “ma mi ha visto? Se vuole farsi psicanalizzare da un uomo con tutti questi tic, è la prova definitiva che lei è pazza!”. Mi faccio spazio e riesco a farmi autografare un suo libro. “Mr. Zizek, sono uno studente di Cinema. Sto scrivendo la tesi sulla sua filosofia”. Zizek mi guarda perplesso e farfuglia qualcosa come per dire: “Tanti auguri!”. Poi s’illumina e mi chiede:”Conosce la mia interpretazione dei film di Rossellini?”. “Certo” - rispondo orgoglioso. “E’ qual è la verità sui film di Rossellini?”. Io tento di spiegarlo in inglese ma lui mi interrompe subito:”No, la verità è che io non mai visto nessuno film di Rossellini! Sono terribili!”. Una degna chiusura.

venerdì 26 marzo 2010

Zizek a Roma!

Ho appena saputo che l'autore protagonista della mia prossima tesi di laurea sarà domani all'Auditorium Parco della Musica per tenere una conferenza.Slavoj Žižek in Italia è come Alice nel Paese delle Meraviglie! Consigliato assolutamente a tutti gli amanti del cinema!!!
Ecco riportata l'introduzione alla conferenza sul sito dell'auditorium.


Slavoj Žižek: "Come leggo Marx, come leggo Lacan"
introduce
Antonio Gnoli




Bulimico, citazionista, provocatorio. Uno spettro, molto alto, s’aggira per l’Europa (e l’America) è il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek. Il performer del pensiero forte che cortocircuita pensatori, vissuti quando non c’era neppure la fotografia, con l’immaginario del cinema hollywoodiano. L’esegeta massimo delle scelte del Neo di Matrix, il pensatore che vede il nostro tempo presente racchiuso tra KungFuPanda e Il cavaliere oscuro (Batman, ovviamente), che ha appena letto Avatar come “perfetto esempio di marxismo Hollywoodiano” e giudicato il marine protagonista del film con le categorie che Lacan applicava al marchese de Sade, ci spiegherà che “anche se è più reale della fantasia, la realtà ha bisogno della fantasia”. Come leggendo Marx e Lacan dentro il cinema americano, dentro il fallimento della politica e dell’economia, conosciamo meglio i limiti del reale. Tutto questo e forse (molto) altro ancora. (vai alla pagina)


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Slavoj Žižek: "Come leggo Marx, come leggo Lacan"
Sabato 27/03/2010
Teatro Studio, ore 21
Un evento di
Libri come. Festa del Libro e della Lettura

Biglietti:
Posto unico: 2.00 euro
Biglietteria 892982

mercoledì 15 luglio 2009

Meglio un Ovetto Kinder oggi?


"L'Ovetto Kinder, uno dei più popolari prodotti di cioccolato in vendita in tutta l'Europa centrale, è un guscio di uovo vuoto fatto di cioccolato e avvolto in una vivace carta colorata; dopo che si è scartato l'uovo e si è rotto il guscio di cioccolato per aprirlo, ci si trova dentro un piccolo giocattolo di plastica (o delle piccole parti con le quali si può mettere insieme un gioco).
Un bambino che compra quest'uovo di cioccolato spesso lo scarta nervosamente e rompe solo il cioccolato, senza curarsi di mangiarlo, preoccupato solo del gioco che c'è dentro - un simile amante del cioccolato non è forse un caso perfetto del motto di Lacan "Ti amo, ma, inspiegabilmente, amo qualcosa in te più di te stesso e ,perciò, ti distruggo"? E, in effetti, questo gioco non è forse l'objet petit a [l'oggetto-causa-di] nella sua purezza, il piccolo oggetto che occupa il centro vuoto del nostro desiderio, il tesoro segreto, l'àgalma, al centro della cosa che desideriamo? Questo vuoto materiale ("reale") al centro, naturalmente, rappresenta la distanza strutturale ("formale") a causa della quale nessun prodotto è "davvero QUELLO", nessun prodotto è all'altezza dell'aspettativa che fa sorgere.
In altre parole, il piccolo gioco di plastica non è semplicemente differente dal cioccolato (il prodotto che abbiamo comprato); benchè materialmente differente, esso occupa la distanza nel cioccolato stesso, cioè è sullo stesso piano del cioccolato.[...] Nell'inghilterra elisabettiana, al sorgere della soggettività moderna, è emersa la grande differenza tra il cibo "sostanzioso" (la carne) mangiato nella grande sala del banchetto, e i dolci dessert mangiati in una piccola stanza separata mentre le tavole venivano ripulite ("svuotate") nella sala del banchetto - così la piccola stanza dove venivano consumati i dessert è stata chiamata "vuota".
[...] In questo vuoto separato era permesso togliersi la maschera ufficiale e lasciarsi andare al rilassato scambio di pettegolezzi, impressioni, opinioni e confessioni, in tutta la gamma, dal triviale al più intimo. L'opposizione tra la "cosa reale" sostanziale e la frivola apparenza ornamentale che avvolge solo il vuoto coincide così con l'opposizione tra sostanza e soggetto - non stupisce il fatto che, nello stesso periodo, "vuoto" funzionava anche come allusione al soggetto stesso, il Vuoto dietro l'apparenza ingannevole delle maschere sociali. Questa, forse, è la prima versione culinaria del famoso motto di Hegel secondo il quale si deve concepire l'Assoluto "non solo come Sostanza, ma ancghe come Soggetto:" si deve mangiare non solo pane e carne, ma anche buoni dessert..."

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