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domenica 14 agosto 2016

The Get Down (primo episodio): una storia potenziata sulla nascita dell'hip-hop




Raccontare è inevitabile. Intorno ad un fuoco, di ritorno da un viaggio, di fronte agli occhi assonnati dei bambini: l'umanità ha usato le storie per dare senso alla realtà. Per questo ogni soggetto, individuale e collettivo, ha bisogno di costruire una narrazione efficace in grado di modellare l'ammasso di eventi accumulati nel corso del tempo. Oggi più che mai, la così detta cultura hip-hop vede il riemegere di antichi relitti della memoria, navi colme di racconti e storie mai narrate fino ad ora che chiedono di essere aperte, decifrate e classificate dalla generazione "di mezzo", quella che con l'hip-hop ci è cresciuta e ora ci lavora. Una generazione digitale libera dal culto dell'io-c'ero, ma allo stesso tempo cresciuta in una mitologia urbana popolata di b-boy leggendari, dischi introvabili e "lettere base" ricopiate dai ritagli di giornale.

Una generazione che insieme alla nuova si raccoglierà attorno a The Get Down, il Wild Style degli anni 2k10. Assemblata nelle fornaci di Netflix dall'australiano Baz Luhurmann (Romeo + Juliet, Moulin Rouge!, Il grande Gatsby) la serie è ambientata nel Bronx degli anni settanta e racconta le vicende che portarono alla nascita del fenomeno hip-hop. Uscita lo scorso 12 agosto dopo oltre 1 anno di promozione, The Get Down apre il sipario con un episodio adrenalinico che supra i 90 minuti. La storia è corale, sebbene il plot ruoti attorno all'amicizia fra due adolescenti, Ezekiel "Zeke" Figuero, un futuro mc portoricano, e Shaolin Fantastic, una cintura nera di "stile" metropolitano. Entrambi figli delle politiche di abbandono del Bronx, presentata come una vera "babilonia in fiamme" per citare Jeff Chang, l'amicizia fra Zeke e Shao dischiude un mondo più complesso fatto di lotte territoriali, giri d'affari e rimpasti politici. Un approccio sfaccettato, che ci trasporta continuamente dentro e fuori la scena underground, e che al momento non celebra nessuna "leggenda" ma semmai ne ipotizza e traccia di nuove. E' il caso di Shaolin Fantastic, un misterioso eroe che indossa puma rosso fuoco e marchia New York con la firma "Shao 007". Un supereroe immaginario che condensa e potenzia i racconti di leggende del writing come Taki 183, Super Kool, Phase 2 e Lee, e viene accompagnato con ironia e gusto vintage da una regia in stile blaxploitation e kung-fu movie. 

mercoledì 29 luglio 2015

Ex Machina di Alex Garland: fra cognizione incarnata e robotica evolutiva


Robot, androidi, cyborg, A.I.: chiamateli come vi pare, ma essi vivono e lottano insieme a noi. Sorpassata la classe operaia, è il fantasma della classe robotica che infesta questi folli, insostenibili anni di tecnocapitalismo avanzato. Certo, non si tratta di roba nuova: film come Blade Runner di Ridley Scott o A.I. di Steven Spielberg, piluccando briciole da Asimov e Dick le trasformarono in palle di fuoco visuali da milioni di dollari e spettatori. Questi prodotti culturali erano il sogno (e l'incubo) proibito di teorie cibernetiche sviluppate nel dopoguerra e che raggiunsero il loro heyday negli anni 60 attraverso la costruzione dei primi elaboratori elettronici. Roba finanziata dallo zio Sam, ovviamente. Poi negli anni 70 e 80 si tornò ad indagare la mente umana nel suo rapporto col corpo e l'ambiente, ma l'attenzione venne catturata da futurologici dispositivi di realtà virtuale che promettevano di trascendere il corpo e disperderlo nel ciberspazio. Trainati dal caterpillar Neuromante di William Gibson (1986), fecero incetta di immaginari film come Il tagliaerbe (Leonard, 1992), Jhonny Mnemonic (Longo, 1995), Strange Days (Bigelow, 1995), Nirvana (Salvadores, 1997), eXistenZ (Cronenberg, 1999) fino all'infamoso Matrix (Andy e Lana Wachowsky, 1999) che di Neuromante è una sorta di fratellino filosoficamente imbranato.

martedì 3 febbraio 2015

«Italiano medio»: will the revolution be televised?

In Italia, si sa, abbiamo un grosso problema con la commedia. La "commedia all'italiana", così come gli spaghetti al pomodoro, è il brand salvagente a cui il feudalesimo dello spettacolo si riempie la bocca e (speranzoso) le tasche. Un fenomeno, quello della commedia all'italiana, che sostanzialmente nasce e si esaurisce nel cinema di Steno, Monicelli, Risi, Age & Scarpelli, Suso Cecchi D'Amico degli anni 50. In questo senso La Grande Guerra (Monicelli, 1959) fa da spartiacque: riunisce idealmente il personaggio di Alberto Sordi in Un eroe dei nostri tempi (1955) e quello di Vittorio Gassman de I Soliti Ignoti (1958), uno poliziotto, l'altro "lavoratore", e li catapulta nel bagno di sangue della prima guerra mondiale. Seguirà una stagione di rivoluzioni, dove i vari "poveri ma belli" fanno i conti con la fine del boom economico e vengono mano a mano annichiliti dalla cultura televisiva. Durante l'age d'or delle pagliacciate smanettone e scorreggione dei vari Lino Banfi e Alvaro Vitali, arriva Fantozzi di Paolo Villaggio (1975) che, fra i tanti, percula quel melieu cinefilo di sinistra che non sa più ridersi addosso e Un sacco bello di Carlo Verone (1980) che è l'ontogenesi cine-televisiva del coatto romano tardo-capitalista. Lo scivolone avviene negli anni 90 quando la satira di destra si lega a doppio filo col potere a tubo catodico: da un lato le pochade del Il Bagaglino, dall'altro quelle dei Cinepanettoni targati Vanzina. La risposta dei progressisti [sic.] avviene tramite commedie moral-melodrammatiche, che dal colpo di coda di Monicelli in Amici Miei (1975) vanno gradualmente impaludandosi con le saghe di Verdone, Pieraccioni, Aldo Giovanni e Giacomo, Benvenuti al... e l'infamoso, definitivo, Checco Zalone. Questa menata storica, solo per dire che Italiano medio parte già con le "mani nella merda".

domenica 25 gennaio 2015

La Filosofia di Breaking Bad


Nel 2010 leggevo Žižek, criticavo serie-tv e ballavo breakdance: poi venne Breaking Bad e iniziai a scrivere di filosofia. Da quel dì, molti mi ringraziarono per averli instradati fra i cunicoli quella serie. Qui sono raccolte le mie recensioni dalla prima alla quinta stagione. Vi suggerisco di fare attenzione anche alle immagini incorniciate nel testo (parte del lavoro sottopagato del recensore online, ma anche parte integrante del ragionamento critico).
Ditemi se ci avevo preso ;-)


Breaking Bad - Stagione 1 (Primo Episodio feat. Alfred Hitchcock)

Breaking Bad - Stagione 2 (Stagione Completa feat. Quentin Tarantino)

Breaking Bad - Stagione 3 (Primo Episodio)

Breaking Bad - Stagione 4 (Primo Episodio feat. Mark Rotkho)

Breaking Bad - Stagione 5 (Nota critica feat. Antonin Artaud)




domenica 9 novembre 2014

Interstellar: Umano troppo (post)Umano



Ieri ho riesumato un vizio seppellito da tempo: andare al cinema da solo. Galvanizzato da un ciclo anarchico di proiezioni casalinghe composto da Evangelion 3.0Johnny MnemonicHellsingGravity e Robocop (quello del 1987) sono salpato in direzione del cinematografo a me più prossimo per visionare Interstellar. In questo film, Christopher Nolan, regista cult per aspiranti-tesisti di teoria del cinema, arruola Matthew McConaughey, attore cult per aspiranti-tesisti di fonetica anglo-americana e True Detective, e lo spara nello spazio per quasi 3 ore. Perché - #sapevatelo - il tempo è relativo. Siamo al cospetto del classico plot alla Nolan: (a) un tizio intraprende una missione per salvare il mondo; (b) il tizio scopre che il mondo non esiste; (c) lo spettatore non ci capisce più una mazza e (d) ah ma l'avevo capito fin dall'inizio! Inoltre, come ogni film-sullo-spazio che si rispetti, Interstellar cade nelle fauci di una categoria di cinefili che da anni lotta contro l'estinzione: i nostalgici di 2001: Odissea nello spazio, che vi spingeranno a raffazzonare acrobatici paragoni col conclamato film di Kubrick. Volente o Nolante. Così, infestato da frotte di cliché e caricato di investimenti libidici collettivi, Interstellar ha tutte le carte in regola per per seguire l'infamoso Batman: il ritorno del cavaliere oscuro nella tenda del Grande Capo #Estiqaatsi. E invece no. Questo BigMaConaughey di Nolan l'ho gradito, digerito ed espulso così:

sabato 27 ottobre 2012

Ricci/Forte - Dejavù postmoderno, ovvero perchè in Italia stiamo indietro di 10 anni


"Dejavù postmoderno!"
La mia ragazza sgomenta. Sono le 8.32 sul fuso orario del nostro letto.
"Parlo di Imitation of Death dei Ricci/Forte! Ho bisogno del blog...e di un caffè".

Dunque. Il contesto è irretito: Ricci/Forte è considerato fra i vertici del nuovo teatro di ricerca italiano. Roba da pompini in scena, svenimenti in sala, tutti esauriti. Una breve rassegna stampa tratta dal loro sito: "Portiamo in scena la vita di oggi, chi si scandalizza ha dei problemi" dicono loro. "dei Tarantino del teatro, con un gesto più intellettuale e onirico per il racconto" dicono di loro. Roba da citare Ragazzi di vita, Leonardo da Vinci, Spinoza, Platone, e per quest'ultimo lavoro Žižek e Chuck Pahalaniuk (v. libretto di sala).

Un "cioè li devi vedere per forza!" mi perseguita da diversi mesi.
Ieri sera, finalmente, vedo.
E ascolto.
E ascolto l'intervista post-spettacolo.
"Non ci interessa di Baudrillard [...] Non ci interessa di Pahalaniuk [...] a noi interessa gettare la maschera e arrivare al nodo."
Exit Nexus.

mercoledì 1 agosto 2012

Breaking Bad 5 - la Stregoneria oggettiva degli oggetti inutili

«Hail to the King!» - Il re Bianco è tornato, e come il più sanguinario dei Macbeth è pronto a difendere il Suo regno a tutti i costi. Breaking Bad è una serie: più invecchia, più migliora. Ne ha fatta di strada Walter, da quando  "cucinava" meta-anfetamine in un camper nel deserto per pagarsi la dialisi. Breaking Bad: Shakespeare ne andrebbe fiero. Non chiamatelo quindi "cinico", ma stoico. E nemmeno grottesco, ma kafkiano. Breaking Bad si avvicina sempre più pericolosamente alla letteratura, sfoderando inquadrature e scenari costruiti a regola d'arte e puntualmente pervertizzati.

Michael Slovis, storico direttore della fotografia della serie, è stato promosso regista del primo episodio, scritto nuovamente dal pugno dell'ideatore Vince Gilligan. Amo Breaking Bad per l'uso  della fotografia.  Non solo come mezzo di accompagnamento della narrazione, ma, citando Antonin Artaud, come "stregoneria oggettiva", disciplina autonoma per la circolazione/creazione del senso. Certamente il nero e il rosso che accompagnano Walter, come il viola di Marie, si prestano ad una lettura "simbolica" (il nero come lato oscuro e il rosso come presagio di sangue, il viola come l'ambigua cleptomania della moglie di Hank). Ma cosa dire di quelle "botte di colore" incarnate dagli oggetti inutili che popolano la serie?

martedì 5 giugno 2012

Timira e la Soggettiva Libera Inidiretta


Non mettevo piede allo Strike dallo scorso autunno, quando un memorabile concerto dei Funkallisto chiudeva i festeggiamenti per i 9 anni di occupazione, sugellando la settimana calda del #15ott con la cover di Super Bad di James Brown. Poi a Marzo l'assalto di Casapound al circolo futurista: guerriglia in pieno giorno, rossi contro neri, anni '70. Casalbertone è stato il quartiere di partenza della mia epopea romana. Scendi a Tiburtina, prendi il 409, compri un pezzo di pizza da Franco, fai le scorte da Auchan o all'In's e alle 20 rimonti sul 409. La routine di un anno e mezzo.

sabato 7 gennaio 2012

69 di Cinzia Bomoll

Apro il 2012 con la recensione del romanzo di un'amica che mi è piaciuto molto. E' una storia di strada, ambientata nel passato ma utilissima per decriptare il vuoto di oggi. Un aperitivo tematico prima de L'Ombra, in cui il biennio 69-72 sarà uno dei focus principali del progetto. 69: leggetelo.



69
di Cinzia Bomoll
Romanzo - Fazi Editore
2011


Al suo sessantanovesimo compleanno, un amico di famiglia esclamò: "Che culo, un anno intero sul 69!". Il 69. Quando sulla metro sfilavo di tasca il romanzo di Cinzia, notavo l'espressione enigmatica dei passeggeri:"Si signora" - avrei voluto dire - "qui si parla anche di quel 69". O meglio, si arriva a scoprire il 69 - quello dell'autunno caldo - attraverso l'omonima figura sessuale. Storia e sesso, passione e ragione, dualismi che tendono a combaciare come lo Yin e lo Yang. E invece no. Questo è un 69 che lascia un vuoto.

mercoledì 20 luglio 2011

Breaking Bad 4 - First Look

Breaking Bad 4
Usa, 2011
Un'idea di: Vince Gillian
con: Bryan Cranston

Leggi qui la mia recensione







Congedate il vostro parroco: Mr.White è tornato a battezzare! Dopo il letargo di un anno BB ha fatto il suo quarto boom con una puntata da manuale Hitchcockiano all'insegna del rosso. Consiglio per i nuovi arrivati: non aspettate di recuperare i vecchi episodi. Iniziate da qui (ovvero dalla mia review con riepilogo anti-spoiler).

Esattamente 10 anni fa ci fu il G8 a Genova. Nel weekend l'undicesimo anniversario di Hip Hop Connection. A fine anno festeggeremo i 15 anni di Urban Force. Date date date.

giovedì 26 maggio 2011

Balla con noi - Let's Dance

Balla con Noi - Let's Dance
Italia, 2011
Regia: Cinzia Bomoll
Con: bboy Nexus, Rohan, Kacyo, Blast, Cico,
Sonny, Dany e
Alice Bellagamba, Andrea Montovoli,
Masci Musy.

Guarda qui il trailer
Leggi qui la mia intervista







Venerdi, ésce! Dopo quasi 2 anni di attesa, il primo street dance movie all'Italiana atterrerà al cinema. Una jam cinematografica composta da Urban Force, De Klan, Flavor Kingz, Cico (per il b-boying) e Tree Boo, Stop Requested, Moreno Mostarda, Paolo Aloise (per lo stand up). Ma il cinema non è realtà, è magia. Il film non è certamente il The Freshest Kids italiano ma avrà la capacità di mostrarvi una scena "alternativa" niente male: io e Cico nella stessa crew (i malefici Nasty Monkees); Blast che scoatta in smoking & lambretta; Kacyo con le orecchie da scoiattolo. Ok basta ridere! Perchè i bboy sullo schermo se le daranno - come sempre - di santa ragione, lasciando spazio anche a qualche "emozione umana" che non trapela spesso nei nostri footage su YouTube. Più notizie? Andate qui per una mia intervista più completa....Siete già di fronte al cinema!? Venerdì ésce!

 

domenica 24 aprile 2011

A Pasqua col Machete

Machete
Usa, 2010
Regia: Robert Rodriguez










Dopo Pasqua l'unico a risorgere dalle ceneri sarà Danny Trejo e il suo machete. Robert Rodriguez ce l'ha fatta: trasformare un trailer da quattro soldi in un vero lungometraggio. Si perchè come a cena, prima viene l'antipasto (un finto teaser apparso in Planet Terror), poi seguono i piatti da portata che si chiamano Steven Seagal, Robert De Niro e Jessica Alba. Tutti radunati dal crudele regista texano per un carnevale noir sotto il sole del Messico.




Le immagini di Machete - identiche in tutto a quelle del 2007 - vengono incollate fra loro con uno spruzzo di colla narrativa e via col gioco. Come nel più avanzato dei plug&play, il film si autoinstalla nell'immaginario dello spettatore tarantiniano e formatta ogni byte di verosimiglianza. Loading...
Il gioco parte con un prequel degna dei migliori anni'70 con una corsa mortale in automobile, teste mozzate, bambole mozzafiato e melodramma latino. Anni dopo. Machete il rinnegato, l'eroe bastardo ha un ultima chance per assaporare l'adrenalina del passato, per redimersi ed esorcizzare la tragedia familiare. Tradimento! Budella come corde - boom! - sesso, tequila e sorrisi elettorali - boom! - lame e sangue e rivoluzione e boom! Benedetta rivoluzione.

Suggerimento di lettura: guardate a Machete come un dipinto informale di Pollock o Burri, lasciatevi suggestionare dalla giustapposizione dei colori, dal ritmo visuale, da quelli che Bellour chiama "choc percettivi": uno spruzzo di sangue, il fuoco diabolico di un esplosione, il canion di rughe della faccia di Trejo. E' li forse che risiede il valore artistico di tutta un'operazione che se presa in maniera letterale rischia di diventare la solita trashata da nostalgico del brutto. Rodriguez, come Tarantino o Snyder, hanno fatto del visuale il paradigma stilistico su cui misurare e veicolare contenuti che vanno aldilà del così detto "tema del film". Insomma: fuck the story and think to the rest.

domenica 3 aprile 2011

Sucker Punch

Sucker Punch
Usa, 2011
Regia: Zack Snyder
Guarda qui il trailer









Nella teoria dei Mondi Possibili, Lobimir Doležel afferma che per fruire una narrazione abbiamo bisogno di stipulare un rapporto di fiducia fra un testo e il micromondo da lui raccontato. Ecco perchè, se questo non accade, un film come Sucker Punch risulta ridicolo. Se non entriamo nell'impossibile mondo di Baby Doll, schizofrenica ventenne candidata alla lobotomia che sogna l'evasione, ma soprattutto in quello di Zack Snyder, regista di Watchmen e di 300, il gioco a scatole cinesi del film risulta ridicolo. Sempre Doležel, parla di mondi autodistruttivi ("self-voiding text") quando un determinato testo o immagine è concepibile quel tanto che basta per rendersi inconcepibile. Vi siete persi? Ecco un esempio visuale che ricorre spesso anche in Sucker Punch.


L'illusione dell'immagine-specchio è applicata con superbo virtuosismo almeno in due momenti del film: 1) Quando Baby Doll guarda nel buco della serratura la scena della violenza a sua sorella (che si replica sul riflesso della sua iride); 2) Nell'avventura per recuperare il coltello quando le nostre bad girls affrontano i pistoleri robot (le cui superfici metalliche offrono ampi giochi di specchi). L'effetto speciale è davanti ai nostri occhi, eppure rimane inaccessibile. Se la "morale" assai banale del film è - "con la fantasia anche l'impossibile diventa possibile" - la sua estetica conferma il contrario, ovvero che quando tutto sembra possibile, si rivela inconcepibile (ad esempio che l'attrice protagonista abbia l'espressività della mia caffettiera). E allora dov'è la verità? Negli scontri funambolici con robot samurai? Nelle trincee degli zombie-nazisti? Nel castello del drago (infelicemente simile a quello di Shrek) o nella mente di Baby Doll che sogna di sognare?
Affidiamo la risposta al paradosso di Smullyan:"Sono solipsista, come tutti".

Tanto per la cronaca ho tratto queste citazioni dal saggio I Limiti dell'Interpretazione di Umberto Eco, di cui sto apprezzando la grandezza analitica e intellettuale. Potete trovare info sui libri che leggo nella colonna dedicata al mio Shelfari - lo scaffale digitale su cui condividere i libri della nostra formazione. Oggi prove, domani prove, dopodomani prove: sabato Toprock City battle a Genova e poi...L'Ombra. Stay cool!

sabato 2 aprile 2011

Shameless US - Half Season

Shameless US
Stagione 1 - Half Season
Leggi qui la mia recensione 
di metà stagione










La famiglia Gallagher continua ad imbrattare di grevezza il quartiere. Se non state seguendo la serie, vi perdete uno degli affreschi più in-corretti della lower class americana e - poichè da loro arriva tutto prima -  presumibilmente di quella europea (la serie è il remake  di quella inglese).  Fra una sbronza e l'altra sto portando avanti il lavoro de L'Ombra, spettacolo di teatro-video-danza che andrà in scena il 10 Aprile al festival Corrispondenze di Ladispoli. Oggi sono iniziati gli esperimenti: il modello "Nexus 6", quello che su Blade Runner dice "Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare", beh quello li si morderebbe la lingua vedendoci in azione. Stay fresh!



sabato 5 marzo 2011

Exit Trough The Gift Shop


Exit Through The Gift Shop
Documentario di Street Art
Regia: Banksy










Chi, cosa, dove, quando, perchè è "Arte"? La formula giornalistica delle "5W" applicata alla ricerca ontologica del concetto di arte può portarci solo ad una tautologia: l'arte è l'arte. "Forse l'arte non è una cosa seria" - afferma Banksy, il "penultimo" dei post-moderni. Si perchè, a dispetto delle voci, Exit Through The Gift Shop (candidato agli ultimi Oscar), non è il documentario celebrativo dello street artist inglese, nè la sua pseudo-pasoliniana evoluzione alla regia cinematografica. Banksy, criticato per aver "venduto" l'arte di strada, passa la staffetta a Thierry Guetta aka Mr. Brainwash. Come si diventa artisti  negli anni 2000? Come Thierry ad esempio: un video amatore che sembra uscito da un romanzo di Chuck Pahalaniuk, riprende per qualche anno degli artisti di strada e all'improvviso diventa lui stesso uno streetartist milionario. Prima con suo cugino Space Invaders (leggi qui il mio post dedicato), poi con Obey e Banksy (epico il racconto dell'incursione a Disney Land), lo vedremo registrare decine di tape sui più influenti artisti di strada. del decennio. Poi qualcosa cambia. L'obiettivo sprofonda nella realtà osservata e ne viene risucchiato. Thierry diventa l'oggetto e il soggetto delle sue riprese. Et voilà: nasce un artista. 


Dov'è finita la gavetta? Dov'è la poetica? Dov'è l'Arte? Banksy non è così stupido (nè bacchettone) da ragionare in questi termini.  E' perplesso, ma va avanti con le immagini. Per Shepard Fairey in arte Obey, l'escalation di Mr.Brainwash è un "fenomeno antropologicamente e socialmente affascinante da analizzare e magari possiamo imparare qualcosa". Oppure no. Oppure - questo sì affascinante - a ritirare il premio come miglior documenario agli Indipendent Spirt Award è lo stesso Brainwash, inneggiando al valore culturale di un film che ne svela la sua completa incompetenza e ignoranza artistica. (qui il video)

Come siamo giunti a questo punto? La risposta è: c'eravamo sempre stati, fin dall'inizio. Eppure, sorpresa del regista (e di noi spettatori), anche quando il trucco viene svelato (e cioè che siamo di fronte ad un sistema-arte privo di contenuti, originalità, poesia e che ciò che conta è la promozione, la fortuna, la forma) l'Arte continua ad esistere. Come nel peggiore degli incubi marxisti, il capitalismo dell'arte continua a rigenerarsi sfruttando a proprio favore gli elementi della sua contraddizione (ehm,  politicamente parlando, vi ricorda qualcuno?). Cappuccio nero su una parete invasa di tag, Banksy affida il proprio giudizio all'ultima inquadratura del film - quale? - beh non resta che vederlo. 

venerdì 4 marzo 2011

Il Cigno Nero (Black Swan)

Il Cigno Nero (Black Swan)
Usa, 2010
Regia: Darren Aronofsky
Con: Natalie Portman, Mila Kunis,
Vincent Cassel, Winona Ryder








Quando esce un film sulla danza, ballerine, ballerini e pseudo-tali si trasformano in cinefili. Si, perchè tutti ma proprio tutti "i ballerina" che frequento, hanno la propria versione de Il Cigno Nero. Dal "ti-fà-prendere-ammale" al "è-na-palla-assurda", si passa allo "sconvolgentemozionante" fino allo scontato "è-proprio-vero". Era dai tempi di The Company di Altman che il mondo della danza accademica non si adunava in gran massa ai botteghini. Nessuno ne sentiva la mancanza, fra l'altro. Eppure eccoci di nuovo qui a sognare un incubo pungente. Perchè da Il Cigno Nero in pochissimi sono usciti salvi. C'è chi dà la colpa alle scene pseudo-horror (assai più easy di quelle made in japan); chi al faccione da Oscar di Natalie Portman; chi al tremolio nausente dell'inquadratura stretta nelle scene di danza (alterego sofisticato di quelle pugilistiche in Toro Scatenato). Roland Barthes lo chiamava "puntcum": quella frazione dell'immagine che ci punge emotivamente. Non sappiamo come, ma ci siamo punti e questo è un fatto. Lo psicodramma di Nina, la prima ballerina del lago dei cigni, passa dunque in secondo piano (per molti a causa della sua scontatezza), mentre Aronofsky procede con le sue perversioni visuali. Lasciamo da parte le lezioni psicanalitiche, il superego materno, le schizofrenie dissociative: concentriamoci sulle immagini in movimento. Dai singhiozzi di Requiem for a Dream, agli infarti di The Wrestler, sino ai volteggi digitali del Cigno oscuro. Bianco. Nero. Rosso. E ancora bianco.

Finalmente, si torna al cinema con regolarità. La parola chiave è: discrezione. Il buio della sala, ombre cinesi, patatine. Segnalo a tutti la commedia Into Paradiso, standing ovation al festival di Venezia e a mio avviso uno dei prodotti più validi del panorama italiano. E poi, moltissime sorprese in arrivo: Marzo is gonna blow!

mercoledì 23 febbraio 2011

Shameless US - First Look

Shameless US
Showtime, 2011
di: Paul Abbot
con: William H. Macy

Leggi qui la mia recensione






Che dire di Shameless? Beh, che è la copia venuta bene della serie originale made in UK del 2004. O che, sesso famiglia & alcolismo non si sono mai sposati così bene. O semplicemente che una serie "di strada" con 10 personaggi protagonisti è un sogno che si realizza. Sporchi, duri, arroganti, cinici, schizofrenici, eroici, disinibiti, insomma: shameless! - senza vergogna. Consigliato a tutti quelli che pensano che la propria famiglia sia una frana.

giovedì 27 gennaio 2011

Fine.

Fine
monologo teatrale
Compagnia Ragli
Regia: Rosario Mastrota
Interpreti: Luigi Iacuzio


In questi giorni va in scena Fine, monologo teatrale della Compagnia Ragli scritto e diretto da Rosario Mastrota  e interpretato da Luigi Iacuzio. Finalista nel 2010 di numerosi premi teatrali (Dante Cappelletti, Cantieri Opera Prima del Metateatro, Controscene), lo spettacolo ha inaugurato la sua turnè il 26 Gennaio al Teatro della Sirena di Castrovillari e proseguirà il 29 e 30 al Teatro del Grillo di Soverato, e dal 4 al 6 Febbraio al teatro San Carluccio di Napoli. Ospiti del Kollatino Undergound, nel cuore gelido di Roma, abbiamo assistito alla prova generale prima della "grande fuga" verso la turnè meridionale. Check this out! 

Applausi scroscianti e doccia bollente. Giusto un attimo per soffocare l'ultima sigaretta e si torna alla realtà: "Mi chiamo Gino e faccio l'attore" - e non ci sono applausi che reggano. Sono passati circa 30 anni da quando Gino imitava il mitico Clint indossando la coperta della nonna come poncho. Nulla è cambiato. Ci sono le star, c'è suo padre e c'è lui che recita di fronte a uno schermo. Rosario Mastrota e Luigi Iacuzio mettono in scena il tragicomico requiem del mestiere-attore. Lo fanno in maniera brillante, affastellando immagini, collezionando gag e smarcandosi dal mugugno made in italy. La generazione di Gino non è quella degli ultimi, ma quella di chi è ancora in attesa di partire, e mai partirà. Per assaporare la "Fine" di Mastrota e Iacuzio c'è bisogno di immaginazione, la stessa che riempie il buco fra Arte e artigianato, fra passato e presente, fra lo spazio e la scena. Si perchè l'attore si confronta prima di tutto con un immginario: è grazie ai film di Clint che in Gino nasce la passione di recitare, e per tutta la vita cercherà di sfondare, entrare in quell'olimpo mitologico in cui solo "1 su 1000" merita di apparire. Prima o poi, prima o poi ci riuscirà, deve riuscirci perchè ha studiato, e non si è improvvisato come gli altri. La pelle di Luigi Iacuzio si dilata, si contrae e materializza quel triangolo perverso fra soggetto, società e immaginario di lacaniana memoria. 

Ecco perchè Fine è brutalmente realistico. Qui non troverete la scontata critica alla società dell'apparenza (oggi un clichè a doppio taglio che finisce col supportare l'ideologia vigente). Qui la morale non è che "fra il dire e il fare...". Il dramma di Gino è che l'attore lo fà, e proprio per questo, sente di non esserlo. Per farlo, si abbandona l'illusione del meta-teatro e ci si rivolge piuttosto allo straniamento brechtiano e al "discorso performativo" (in tutta la prima scena, l'attore dice ciò che si appresta a fare). Anche nella forma, Fine è coerente con il contenuto: poichè non possiamo semplicemente tirarci fuori dal sistema-spettacolo (nè da quello teatro), il protagonista descrive minuziosamente quello che si accinge a compiere. Sullo stesso piano si colloca l'analoga critica ideologica: invece di indignarsi e dire "io non faccio parte di questo mondo" bisognorebbe accettare il fatto che ne siamo tutti parte (magari col ruolo di "nemesi") e da qui, muovere una critica che guarda per un attimo "dal di fuori".

La generazione di Gino non è quella del "lavoro mai", ma del lavoro "prima o poi" e per questo perennemente in un non-luogo esistenziale. Per esorcizzarlo a volte basta una risata, a volte no. "Mi chiamo Gino e faccio l'attore" - e non ci sono applausi che reggano.

Consiglio lo spettacolo a tutti i sostenitori del blog e gli amanti della cultura underground. Potente e mai noioso, Fine è una storia da ingollare come un vecchio whisky del kenthucky. Anche per chi non è un abituè dei palcoscenici (o dei saloon).

mercoledì 12 gennaio 2011

The Cape

The Cape     
 NBC, Usa - 2011











Insomma non eravate stufi di tutti questi supereroi? Dai classici Batman, Superman e Spiderman la fabbrica dei sogni ci ha bombardato con i vari Daredevil, The Spirit e per ultimo Megamind! Beh a quanto pare nemmeno la recente invasione di zombie e vampiri hanno frenato l'ascesa dei superhero dramas. Tutti sembrano strafatti di zucchero e cocacola giubilando "We want heroes!" (non la serie-tv, nè l'omonimo gruppo di bboy di Ostia). Toc Toc! Gli zombie di prima vi hanno mangiato la neocorteccia? I supereroi sono roba passata, o meglio, nell'accezione culinaria del termine, ri-passata in padella. Heroes, Misfits, No Ordinary Family chi manca all'appello? La tv è invasa di superpoteri tanto che non mi stupirei in una nuova mariafilippata chiamata "Superuomini&Superdonne - sottotitolo - se Dio non esisistesse, Nietzsche si rivolterebbe nella tomba". 

Ad ogni modo ecco a voi The Cape, appena sfornato dai sepolcri dell'NBC. E' la storia di tizio che bla bla bla diventa un supereroe per sconfiggere i cattivi. Fine. Parliamoci chiari: se seguissimo i supereroi per l'originalità della trama, beh...mi limito a dire soltanto un nome: Adam West. Lo so, lo so, qualcuno di voi ha già esclamato: "Però a me Spiderman m'ha imparato un sacco di cose, tipo che da grandi poteri deriVino grandi responsabbilità". Anche a me, ed è per questo che ho iniziato a scrivere su questo blog dopo essere stato punto da un cinghiale radiattivo. I supereroi (versione contemporanea degli eroi epici) come dicevo nel mio articolo su Romanzo Criminale 2, svolgono un ruolo fondamentale per il nostro immaginario, nonostante non siano un esempio di vita. Nessuno (spero) si vestirà da uomo-pantegana per imbrutture qualche brutto ceffo di Tor Bella, nè si fingerà morto per intraprendere in incognito una guerra contro il super-cattivo di turno (nel nostro caso, Ignazio La Russa).  L'eroe è il pane su cui farcire il nostro immaginario: può essere duro, sofisticato, decaffeinato o semplicemente gustoso. Non ci incarniamo in lui, ci nutriamo di lui e come ogni buon panino che si rispetti, quando è terminato, ci sentiamo sazi e "bella così".

The Cape è un eroe metropolitano, privo di superpoteri, ma del tutto simile al mefistofelico Spawn, l'eroe a fumetti creato da Todd Mc Farlane nel 1992. Nella lista dei super-cugini possiamo aggiungere The Hood, neo-supercriminale di casa Marvel , il  vecchio fantaillusionista Mysterio e il semi sconosciuto Cloak, di cui non ho niente da commentare. Tutti lo credono morto (e simbolicamente lo è) per questo deve icarnarsi in qualcos'altro, un'entità sovrumana e un'identità nascosta. In psicanalisi si chiama superego. Vince Faraday (questo il nome del protagonista della serie) diventa The Cape, il fumetto che amava leggere insieme a suo figlio prima di andare a letto. Il padre muore e solo in quel momento diventa l'eroe del figlio come per Spawn il quale diventa un supereroe non appena perde tutto (un clichè presente in quasi tutte le storie di supereroi). 

La particolarità di The Cape è che per avere la sua famiglia viva, Victor è costretto a fingersi morto (non è ammesso, un viceversa).  Formalmente ben congegnato e ricco di effetti, i primi episodi della serie sono un carnevale per gli occhi e un mezzo funerale per la storia (spadellata troppo in fretta). In definitiva: il primo assaggio ci piace. Occhio a non fare indigestione però...


Ragazzi sabato e domenica sono in scena nel musical La farfalla Lily (si quello affisso nelle metro romane) Ruolo: scoiattolo! Da non perde...(sigh!)

venerdì 7 gennaio 2011

La Bellezza del Somaro

La Bellezza del Somaro
Italia, 2010
regia: Sergio Castellitto








Qualche risata me la sono fatta. Quando alla scena dello schiaffo, gli scurrili gemelli due file avanti a me, hanno gridato all'unisono - "Si, così impara sta sgallettata!" - qualche risata me la sono fatta. La coppia Mazzantini (scrittrice) e Castellitto (attore/regista) torna in scena dopo il successo di Non ti muovere (2004), senza bissarlo. Eppure, qualche risata me la sono fatta. Quando a Natale si ripropone la formula cinematografica dei Parenti Serpenti, l'alchimia comica funziona sempre. E poi i temi cari al così detto "nuovo" cinema italiano: il confronto generazionale, la crisi sociale, l'incontro con l'Altro e l'amore, l'amore, l'amore. Qualche risate comunque me la sono fatta, grazie ai riferimenti pepati alla psicanalisi Lacaniana che (anticipando il vostro commento) ha interessato soltanto me e una manciata di post-strutturalisti fanatici del Grande Altro.
Si, insomma, cos'è che non funziona in questo film? - Non funziona la forma. Esempio: scegliere P.I.M.P. di 50 Cents come colonna sonora da abbinare alle scene di confronto generazionale (in cui ovviamente compare il ragazzo di colore, tanto per foraggiare il buon vecchio stereotipo de "l'hippopparo nigga"). Ebbene, come sapete, non solo 50 Cents non è minimamente una popstar di riferimento della cultura pseudo-sinistroide a cui viene associata la giovane protagonista del film, ma la canzone in questione risale al 2003...otto anni fa! E non serve certo un esperto in sociologia per sapere che ormai le generazioni e le tendenze di riferimento cambiano ogni 2-3 anni e che la scelta di una colonna sonora del genere rivela un fallito upgrade degli autori con i codici di quella generazione chiamata "digital born" (nata sotto il segno del digitale). Ma qualche risata me la sono fatta lo stesso: gli scazzi familiari, la pungente saggezza senile, le sexy-gag all'italiana. Un microcosmo di caricature alquanto abbozzate dell'Italia Berlusconiana, all'interno di una cornice rustica che ricorda quella di Io Ballo da Sola di Bertolucci (senza l'ingenua sensualità di Liv Tayler ahimè). Isomma, un film il cui motto ricorda il luttazziano - "L'Italia è un paese di stronzi: lo sò perchè sono uno di loro" - non ci farà uscire dal piagnisteo del cinema nostrano perchè non è formalmente credibile. Qualche risata però me la sono fatta.

Esco dalla sala perplesso: perchè tutti ridono alla scena della torta in faccia e nessuno per la battuta su Il Settimo Sigillo di Bergman? E' proprio vero sto diventando un sociopatico d'essai e nessuno ha il coraggio di dirmelo. Ma forse è meglio così, come diceva Nanni Moretti, mi troverò sempre a mio agio nelle minoranze.Poi, ciondolando fra un lampione e l'altro, torniamo a casa mano nella mano.
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