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mercoledì 8 gennaio 2014

#LcomeAlice - 19 Gen 2014 @ csoa Spartaco


Domenica 19 Gennaio alle ore 18.00 presso il csoa Spartaco (Via Selinunte 57, Roma-Tuscolana) L come Alice inaugura il 2014 con uno spettacolo + aperitivo all'interno di uno dei luoghi più rappresentativi del Quadraro. Spartaco, lo ricordiamo, ci ha ospitato in queste lunghe settimane di preparazione e dopo la trasferta autunnale al Teatro Le Sedie, siamo finalmente pronti a giocare in casa. Di seguito il testo di presentazione di questo allestimento teatrale. Spargete la voce.

***

"Siate rapidi anche stando sul posto!" - diceva quella coppia di filosofi.
Non piantate radici, radicalizzate. Iniettate, muovetevi, siate un vapore nella prateria, un lampo senza spada: il sorriso del gatto, senza il gatto. E cose del genere...

L come Alice è un progetto transmediale di teatro, videoarte e mediattivismo. Assume la forma di uno spettacolo di circa 50 minuti ispirato al personaggio di Alice nel paese delle meraviglie. Non esiste trama. Si parla tanto e non si dice niente. Si ride, e si vedono molti film, fotografie e fantasmi. Poi finisce. È un non-senso, lo spettacolo.

martedì 3 dicembre 2013

"L come Alice": teatro e videoarte di/con Nexus e Laura Garofoli


L come Alice 
spettacolo di teatro e videoarte
di Lewis Carroll & Antonin Artaud
con Laura Garofoli
adattamento, regia e scenografia Nexus
aiuto regia Giuseppe Sofo
costumi Mariagrazia Toccaceli
con il sostegno di Csoa Spartaco 

13-14-15 Dicembre 2013
ore 21.00 (Domenica 15, ore 18.00)
Intero: 10€
Ridotto: 8€

Info:
www.nexusmoves.com 


Prenotazione biglietti:
Teatro le Sedie
Tel. 320.1949821

 
Chi è Alice? La fanciulla che stregò il reverendo Dodgson durante una gita in barca nell'Aprile del 1862? Il personaggio che precipita nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll? La bambina a piedi scalzi immortalata su una lastra di vetro? Che sia la biondina dalle ciglia folte e di bianco-azzurro vestita, mercanteggiata dall'immaginario Disney? O si tratta di quel capitolo schizofrenico che Antonin Artaud partorì in manicomio? Oppure Alice è la filosofa, la regina del nonsense evocata da Gilles Deleuze in pieno maggio '68? 

Oppure no.
Oppure L'alice non è né parte né somma di tutto questo.
E va reinventata.

La si vedrà precipitare in un'epoca vittoriana alternativa dove gli ingranaggi delle macchine, le fantasmagorie utopiche e gli arti mancini esondano e si mescolano in una narrazione anarchica quanto affabulatoria. Taluni la chiamano steampunk.

Si assisterà ad una partita a scacchi senza alternanza di colpi: presenze fantasmatiche, viaggi nel tempo, amputazioni, possessioni, troppo burro e troppo, troppo poca marmellata!

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clicca sulla foto per ingrandire
L come Alice è uno spettacolo di teatro e videoarte ispirato al romanzo Attraverso lo specchio di Lewis Carroll e alla traduzione che ne diede Antonin Artaud durante l'internamento nel manicomio Rodez nel 1943. La messa in scena è composta dal concatenamento di micro-situazioni che alternano e mescolano le proiezioni di immagini in movimento con la performance attoriale. La metodologia di lavoro segue da un lato le orme del teatro della crudeltà e della phoné di Artaud e Carmelo Bene, dall'altro quelle della slapstick comedy e del nonsense, tentando di svolgere quell'arte "di superficie", popolare quanto colma, di cui parla Deleuze in Logica del senso. Così i media del XIX sec. (orologi, manichini, "farfalle" a dondolo, lanterne magiche, ecc.) svolgono un ruolo fondamentale nell'incontro con/fra immaginazione e performance. Essi saranno letteralmente amplificazione e amputazione di coscienza - con buona pace di McLuhan! - e ci guideranno nel mondo a-temporale della mente. Il tempo, quello scandito dal ticchettio dell'orologio, Alice decide di "massacrarlo", attraversarlo e così resistere all'egemonia del divenire seriale. 

L come Alice dispiega questa coscienza intessuta di effetti collaterali, contromosse, balbuzie e mai da cause, tattiche o discorsi. Lo si vedrà, lo si sentirà: "andare a teatro come se si andasse dal dentista", si diceva.

Si dia il benvenuto nell'underground dello specchio.

(e se non basta, c'è sempre #LcomeAlice!)

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Alice (Něco z Alenky) di Jan  Švankmajer (1988)

venerdì 30 agosto 2013

#CommuniaResiste: tutto è [responsabilità] di tutti


Lo scorso 16 agosto le forze dell'ordine sgomberano Communia, il luogo di mutuo soccorso sociale nato dalle ceneri delle ex-fonderie Bastianelli di San Lorenzo. Sirene, sfrigolio di pneumatici e scalpiccìo di stivali. Un esercito di poliziotti muove all' assaltano del "forte Apache" di via dei Sabelli, presidiato da un massiccio numero di occupanti (sette) che vengono prontamente denunciati. Nel frattempo gli operai dell'azienda proprietaria dello stabile, scortati da vigilantes privati, provvedono a distruggere i sanitari e, il giorno seguente, a murare le finestre. Omnia sunt privatis.

Ma il quartiere non ci sta: svegliato dal torpore estivo, San Lorenzo convoca un'assemblea e organizza una strategia di controinformazione. L'altro ieri, 28 agosto, una moltitudine di circa cinquecento persone si raduna all'incrocio blindato fra via dei Sabelli e via dei Ausoni, dibatte e poi sfila in corteo. "Scendete, questa cosa riguarda tutti", "Torniamo subito!", "Ci si vede il 7 settembre" - si grida al megafono. Il 7 settembre la collettività si riapproprierà della location di Communia. 
Ma se Communia esiste anche senza un luogo, perchè rioccupare uno stabile privato?

martedì 9 luglio 2013

Far respirare l'Hip Hop: Breakdance, Cinema e Bene Comune


Si può vivere di solo Hip Hop? Internet è utile alla scena? Che c'azzecca la breakdance con Amici di Maria? Ma soprattutto: «Cosa resteraaà, di quegli anni ottantaaa?!» - Pardon. Questi e altri, i dilemmi parzialmente snocciolati nell'ultima domenica di giugno presso il Communia di San Lorenzo in compagnia di dj Ice One, mc Shark, Amir e il sottoscritto. Il pretesto è stato offerto da Giulia "Chimp" Giorgi, autrice e organizzatrice di 1 World Under a Groove, un documentario sul mondo della breakdance girato a Roma durante un progetto di scambio fra crew provenienti da Italia, Marocco, Francia, Polonia e Tunisia. La proiezione del breakumentary è stata l'occasione per mappare il percorso e i possibili sbocchi della scena italiana e internazionale. 

Il documentario è un tuffo nel microuniverso del breaking euro-mediterraneo. Bboy e bgirl ballano e si raccontano: c'è chi oltre a ballare studia o dirige una fanzine, chi gira il mondo per rappresentare il proprio paese, chi cerca un'indipendenza, chi ricorda la guerra e chi lotta ancora con la società o la propria stessa famiglia per affermare l'autenticità della propria passione. Storie a fiotti, sempre diverse e spaventosamente simili. Che sia stata una donna ad a prendere l'iniziativa di mostrarle, non è da sottovalutare. Quelle dei ragazzi di 1 World, come quelle di Ice One e Shark, sino al gioco di aneddoti sulla "nuova scuola" fra me e Amir, sono le bollicine di un brodo primordiale che rischia l'estinzione. Ma c'è davvero interesse nel raccontare e ascoltare queste storie? Della "scena romana" ci sono solo una manciata di rappresentanti, fra questi una bgirl, e per una volta il rapporto uomo/donna supera la soglia del 1/5 (secondo una mia personale statistica, normalmente nel breaking italiano è di 1/200 per i masculi, sic!).

giovedì 28 marzo 2013

Beppe Grillo secondo Lacan: il Clown come Superego populista

Dopo le ultime elezioni, il Movimento 5 Stelle è la prima forza politica del paese. Il movimento fondato da Beppe Grillo non rivendica la leadership del comico genovese, il quale, de facto, ne rappresenta il deus ex machina: detiene i diritti di sfruttamento del logo/sito di riferimento ed è presidente dell'omonima associazione. Nel 2008, Salvoj Žižek definiva Berlusconi il “Kung Fu Panda” della politica italiana. Non l'uomo "who screwed an entire country" (come lo definì il Guardian), bensì il soggetto che ha fatto del self-screwing o self-mocking la chiave del proprio successo. Come il panda della Disney, zuzzurellone e incompatibile con la carica di “maestro di kung fu”, Berlusconi ha trionfato proprio in virtù della sua sfacciata autoironia nei confronti delle proprie debolezze. “Non facciamoci ingannare, però” - ammoniva Žižek - “dietro la maschera da pagliaccio c’è un potere spietatamente efficientebasato sulla paura del soggetto nocivo (immigrati, clandestini, giudici corrotti ecc.). Berlusconi è ed è stato un grande feticcio (a destra si cantava “meno male che silvio c'è” a sinistra si organizzavano i No B-day).
 
Oggi Beppe Grillo ha elevato il pagliaccio ad un livello superiore, impersonando un clown incazzoso che non ha bisogno di occupare una posizione simbolica specifica (la cosidetta “poltrona”), per esercitare il proprio potere superegogico. Ma cos'è il superego? Secondo Sigmund Freud, in L'Io e L'es, è l'istanza psichica che subentra dopo la morte simbolica del Padre (tramonto del complesso di Edipo) e attraverso cui interiorizziamo i codici di comportamento etico, l'insieme dei valori socialmente accettati che ci guida nelle scelte (“l'Ideale dell'io o Super-io”). Succesivamente Jacques Lacan suddividerà questo agente (agency) in due parti: definendo l'Ideale dell'Io come Nome-del-padre/Grande Altro (in inglese: Big Other), un concetto molto simile all'orwelliano Grande Fratello (Big Brother): lo sguardo onnivedente dell'ordine socio-simbolico, l'Alterità verso cui il soggetto fonda il suo desiderio, sempre disatteso perchè basato su una mancanza. Il Nome-del-padre di Lacan ha però il suo lato osceno, e si esprime con quello egli nel Discorso ai Cattolici chiama “Il padre Reale” (e Žižek rielabora in Padre del godimento). Il superego allo stato puro è “questo stesso agire nel suo aspetto vendicativo, sadico e punitivo […] l'agente crudele e insaziabile che mi bombarda di richieste impossibili […] e per cui più provo a reprimere i miei sforzi peccaminosi, più sono colpevole ai suoi occhi”(Žižek, Leggere Lacan, p.98). Per Lacan il superego è strettamente legato all'inconscio, poiché diventa “l'identificazione che sommergiamo di rimproveri in noi stessi” (Discorso ai cattolici, p.76). Secondo questa teoria, dietro ad un processo guidato da un apparato di potere, c'è sempre un buco nero di godimento insaziabile. Nel film/saggio The Pervert's Guide To Cinema, Žižek cita come esempio un cartone Disney del 1935 intitolato Pluto's Judgment day.

mercoledì 27 febbraio 2013

Slavoj Žižek - Netocrazia?


 L'aspetto “pro-capitalista” di Deleuze e Guattari è stato ampiamente sviluppato da Aleander Bard e Jan Soderqvist nel loro Netocracy, l'esempio supremo di ciò che si è tentati di chiamare – non cyber-comunismo – bensì cyber-Stalinismo. Mentre rigetta crudelmente il marxismo come obsoleto, parte di una vecchia società industriale, esso si appropria dal marxismo Stalinista tutta una serie di caratteristiche fondamentali, dal determinismo economico primitivo e l'evoluzionismo storico lineare (lo sviluppo delle forze di produzione – lo spostamento di accento dall'industria al management dell'informazione – necessità di nuove relazioni sociali, il rimpiazzo dell'antagonismo di classe fra capitalisti e proletari con le nuove classi antagoniste dei “netocrati” e dei “consumetari”) fino alla nozione estremamente rozza di ideologia (nell'accezione più ingenuamente Illuminista, l'ideologia, dalla religione tradizionale all'umanismo borghese, è rapidamente respinta come lo strumento della classe egemone e degli intellettuali a suo servizio, destinata a tenere in scacco il ceto basso). Qui, allora, si trova la visione base di “netocrazia” come nuovo modello di produzione (il termine è inadeguato perchè, in esso, la produzione perde precisamente il suo ruolo chiave). Mentre nel feudalesimo la chiave del potere sociale era il possedimento della terra (legittimata dall'ideologia religiosa) e nel capitalismo la chiave del potere è la possessione del capitale (con il denaro quale misuratore dello status sociale), con la proprietà privata come categoria legale fondamentale e il mercato come il campo dominante degli scambi sociali (tutto questo legittimato dall'ideologia umanista dell'Uomo come agente libero e autonomo), nella nuova emergente “netocrazia” la misura del potere e dello status sociale è l'accesso all'informazione chiave. Denaro e possedimenti materiali sono relegati ad un ruolo secondario. La classe dominata non è più la classe dei lavoratori ma la classe dei consumatori (“consumatari”), coloro i quali sono condannati a consumare le informazioni preparate e manipolate dall'elite netocratica. Questo spostamento del potere genera interamente una nuova logica sociale e ideologica. Finchè l'informazione circola e cambia continuamente, non c'è più una gerarchia stabile e a lungo termine ma una permanente rete variabile di relazioni di potere. Gli individui sono “nomadi”, “dividuali”, reinventano se stessi costantemente, adottano ruoli differenti; la società stessa non è più un Tutto gerarchico ma una complessa rete di reti.

venerdì 25 maggio 2012

Dans La Rue: Hip Hop e Antifascismo


Domani a Roma 2 eventi dedicati alla Street Art e all'antifascismo. Dans La Rue all'incrocio Togliatti/Prenestina e Street Art Meeting presso il centro Uscita 23. L'anno scorso in questo post avevo svelato i fini populisti nascosti dietro all'improvvisa graffito-mania di Casapound. Quest'anno gli "artisti per Casapound" ci riprovano, e noi raddoppiamo la risposta.

venerdì 11 novembre 2011

"Muovetevi pur stando fermi" - #occupiamoiltesoro


#11.11.11 è anche S.Martino aka ce se 'mbriaca. Lo dice anche Annarella, ora che Berlsconi "se n'è annato". Bevicchiano anche i Draghi Ribelli che accerchiati dalla polizia dicono "non ce ne annamo". Lo penso io, di fronte alla 66 da 99cent in offerta:"visto che ce stamo". Ma soprattutto oggi è uscito Post Scripta il nuovo album di Kaos One.

11.11.11. festanti circondati
dalla polizia in Via Flavia per aver
iniziato un corteo non autorizzato
Arrivo nei pressi del ministero verso le cinque. E' notte ma il sentiero è illuminato da luci bluastre. E' già Natale - penso - no, è la polizia. L'isolato è blindato come la batmobile ma dentro l'abitacolo ci sono i draghi. Tento di avvicinarmi ma ci fanno indietreggiare. I globuli blu scalpitano, c'è tensione. "Ma non dovevano occupare il ministero?" - chiedo - "si, ma poi hanno fatto un corteo e sono finiti qua dentro" - mi risponde una giovane fotografa scampata alla tonnara. Cul de sac! Rievochiamo insieme l'apocalisse di S.Giovanni. "Mo sò botte" - bisbiglia un'altro fotografo.

domenica 28 agosto 2011

Appunti sulle Occupazioni Autunnali


Scendevo lungo la strada di Arco di Travertino e notavo un'insolito accumulo di foglie secche lungo il bordo di uno svincolo. "Sembra autunno" - pensai - "ma no, è solo il caldo che brucia le foglie".
***

Mentre Steve Jobs si formattava dalla Apple, io facevo lo stesso col mio "iPod-vetrorotto" raggirato da un applicazione dedicata al Festival di Venezia che imponeva l'aggiornamento al 4.2. Così mi ritrovo senza musica e con un App dalle dubbie funzionalità. "Dopodomani parto, non ci vedremo per un pò" - il mio 24 pollici non risponde. Il suo led arancione a forma di sorriso sembra sfottermi. Lo spengo.

mercoledì 17 novembre 2010

L'essere inganna - per una rivalutazione delle apparenze nella danza Hip Hop

Fin da piccoli ce la menano con la storia che “essere” è più importante che “apparire”. La crescita della nostra vita interiore è più importante di quella esteriore, artificiale. Cresciamo a suon di Cenerentola, La Bella e la Bestia e Superman: tutti eroi la cui apparenza inganna. Tutto ciò che appare è dunque illusione. Per Platone la nostra realtà era la copia apparente dell’universale iperuranio; per Kant i nostri stessi sensi ci impedivano l’accesso alla “cosa in sè”; lo stesso concetto di avatar (la rappresentazione virtuale del nostro io nel cyberspazio) deriva dalla religione Indù, a cui Schopenhauer si ricollega parlando della realtà come “velo di Maya”, ciò che copre l’accesso alla conoscenza della verità. Cresciamo guardando film come Matrix, The Thruman Show e, ovviamente, Avatar: tutti a dirci quanto il nostro vero “io” sia offuscato dalla malvagia società delle apparenze.




Poi qualcosa cambia; le prime delusioni amorose (“ma come?! io sono molto meglio di quell’altro!”), le prime delusioni politiche (“sono tutti corrotti!”), le prime delusioni esistenziali (“che mondo di merda! quasi quasi me ne vado all’estero...”). L’apparenza vince sull’essenza, dove l’apparenza sono gli altri e l’essenza siamo per forza noi. E’ colpa dell’Altro se le cose vanno male, ma per fortuna possiamo rifugiarci nell’io, il nucelo sano del nostro vero essere, il candido soffice bambino che è in noi e che il mondo ancora non ha sporcato. “Essere e avere” è il titolo del celebre libro di Eric Fromm, molto in voga neglia anni ‘70. 
 
Oggi invece, dopo leggere Paulo Cohelo o dedicarsi al buddismo-zen, una delle modalità più diffuse per riscoprire il nostro io, è quella di danzare. Siamo soliti dire: “Ballando esprimo me stesso” - evocando l’immagine raccapricciante della nostra anima spappolata sulla punta di una specie di spremiagrumi trascendentale. Rinvigoriti da questo succo d’arancia metafisico possiamo tornare alla nostra squallida, artificiale apparenza. Perchè il mondo và così; perchè tanto, parafrasando Fight Club, possiamo sempre rifugiarci nella “caverna nascosta”.
 
Secondo il filosofo Slavoj Žižek, l’idea di un “io innocente” (come quella di un passato glorioso) è la costruzione immaginaria della nostra mente, per evitare di confrontarci col nulceo vuoto della nostra esistenza e giustificare la nostra condotta “artificiale”. Il fatto è che, nonostante tutti sappiamo che “essere” sia più importante che “apparire”, tuttavia continuiamo a comportarci come se non lo sapessimo. Come ci riusciamo? Semplicemente credendo alla purezza del nostro io interiore, che nonostante la nostra condotta impura nel mondo dell’apparenza, rimarrà un rifugio sicuro per la nostra anima. È la vecchia giustificazione militare: “Ho solo eseguito gli ordini”. Non vorremmo comportarci così, ma è l’Altro che ci obbliga a farlo.
 
Che centra tutto questo con la cultura Hip Hop e il breaking? La mia non è una critica materialista all’umanità, bensì un’umanizzazione della materia di cui è fatta la nostra apparenza. Se il nostro essere (il significato) si rivela una giustificazione immaginaria (un significante) allora sarà il caso di rivalutare l’importanza dell’apparenza. Lo spiega bene Quentin Tarantino, quando nel finale di Kill Bill Vol.2 ci racconta la sua interpretazione di Superman: Clark Kent è l’immagine che Superman ha dell’umanità. Il vero Clark Kent è Superman. Il suo costume è fatto con gli abiti in cui era stato ritrovato da neonato. 

 

Nel mondo Hip Hop siamo soliti impersonare un character, un personaggio diverso da quello che siamo nella vita di tutti i giorni. Come supereroi, indossiamo un costume abbinato e utilizziamo le nostre “super-skills” per vincere la battaglia, la sfida. L’Hip Hop è aggressivo, ma nell’accezione latina del termine “ad-gredior”, che significa “andare verso”. Andare verso gli altri, confrontarsi, esprimere attraverso l’esteriorità dei nostri movimenti. Capite allora quanto banale rischia di essere la frase: ”Io esprimo me stesso”. Se crediamo veramente di espirmere “noi stessi”, allora non ci sarebbe bisogno di farlo attraverso la metafora della disciplina artistica: è tutto già “espresso” vivendo la nostra vita. La scommessa, secondo me, è invece quella di abbracciare la così detta “apparenza” per trovare sulla sua superficie, una realtà del nostro essere che normalmente non riusciamo ad esprimere. Ecco perchè per essere “noi” a volte dobbiamo diventare “altro da noi” e anzi, come Superman, pensare che il supereroe sia il nostro io reale e che Clark Kent sia l’idea che diamo di noi al mondo.

The Rock Steady Crew nel videoclip "Uprock" (1984)
L’avatar, nell’etimologia induista, è l’incarnazione terrena di una divinità (il “significato” che s’incarna in un “significante”, il concetto che s’incarna nella parola, la sostanza che viene versata nel bicchiere) e lo stesso avviene nel caso del cyberspazio: l’uomo (il significato) che si virtualizza in un significante (l’accout di un gioco di ruolo o di un social network). Ebbene nel caso della danza hip hop, avviene esattamente il contrario: è la persona comune ad essere un significante vuoto in cerca di numerosi significati da contenere. Mi spiego: è il nostro vero io (quello di tutti i giorni) ad essere un recipiente vuoto mentre è il character che assumiamo ballando, a riempire di contenuto quel vuoto, il nostro vuoto. Con questo non voglio dire che la nostra vita quotidiana non vale niente e che solo l’arte può dargli significato. In questo caso, tornerei in qualche modo a rifugiarmi nell’idea immaginaria di un altro “vero io” nascosto nel regno dell’arte. 

La soluzione di Žižek (riprendendo Deleuze) è quella di trovare il senso sulla superficie delle apparenze, e non dietro di esse, perchè nell’apparenza stessa c’è già una parte del nostro io. Eseguire movimenti, gesti, atteggiamenti lontani da noi, significa indossare la stoffa dell’apparenza che è già parte di noi (come nel caso di superman-neonato) e trasformarla in un costume da supereroe, esprimendo non quello che c’è in “noi” ma quello che Lacan chiamava “quel che c’è in noi più di noi”. Molto più onesto.

 Non aggiungo altro a parte: Ci vediamo domenica al Floor Wars!

[v.1.1, del 05/05/2013]

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