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domenica 10 marzo 2024

Sayounara Toriyama-san. Perché Dragon Ball mi ha insegnato a vivere l'hip-hop



L'immagine del primo numero di Dragon Ball che strinsi fra le mani ha lasciato un solco indelebile nella mia memoria. Era il 1996, avevo 12 anni e si trattava del mitico n. 39, l'albo dove Goku si trasformava per la prima volta nell'ossigenato Super Saiyan nel culmine della battaglia col mefistofelico Freezer. Ad allungarmi l'albo era stato Filippo, il proverbiale "amichetto delle medie". Uno che fino al giorno prima era tale e quale a te, ma che il giorno dopo entrava in classe trasformato in pre-adolescente, col ghigno beffardo di chi ormai la sapeva più lunga di te perché aveva scoperto questo fumetto che - «guarda che ganzo!». Ganzo e conturbante, non solo perché si leggeva da destra a sinistra, ma perché andava a ripescare un vecchio cartone - «te lo ricordi?» - dove un ragazzino dalla coda di scimmia  - «dove? quando?» - girava il mondo alla ricerca delle mitiche sfere del drago. Le sfere del drago, la coda e il bastone allungabile, le capsule, il maestro tartaruga e... il "pussy slap", quando il piccolo Goku tamburellava ingenuamente fra le gambe di quella ragazza e sfilandole le mutandine si accorgeva che... le manca qualcosa (!!!).   


Ci vollero giorni affinché questa scena primaria tornasse a galla, e alcune ricerche per scoprire che quel cartone animato giapponese l'avevo visto pochi anni prima su Junior Tv, il canale interregionale di tv ragazzi che trasmise la prima parte della serie animata di Dragon Ball senza censure e con la sigla originale nel lontano 1989 (e ancora nel 1991) su iniziativa di una intraprendente società di distribuzione italo-giapponese. Molto prima del flop delle videocassette di Dragon Ball GT (1996) e del  grande boom dell'edizione trasmessa in forma completa su Italia 1 dal 2001 in poi. 

Così, oltre ad acquistare regolarmente gli albi di Dragon Ball fino all'ultimo numero del 1997, recuperai a singhiozzi quelli precedenti, ricostruendo le vicende che portarono il Goku bambino a crescere, sposarsi, figliare e trasformarsi nel guerriero più invincibile dell'universo. La lettura di Dragon Ball coincise con l'iniziazione al mondo dell'hip-hop, nonché alla trasformazione da bambino con la zazzera ad adolescente coi capelli dritti a la Super Saiyan.

Il manga di Dragon Ball è stato senza dubbio il mio romanzo di formazione. Oltre alla spettacolarità dei disegni, diametralmente opposti a quelli di Erik Larsen per l'Uomo Ragno (che pur leggiucchiavo), il primo, forte scossone me lo diede l'idea che un "cartone" potesse crescere ed evolvere. Di li la curiosità, come in un affresco noir, di ricostruire le tappe di questo mutamento fisiologico e con lui le coordinate del vasto universo di antagonisti che non scomparivano una volta sconfitti, ma diventavano comprimari, alleati e insieme eterni rivali di Goku. Il caso più noto è quello di Vegeta, che senza riuscire mai a battere Goku in uno scontro diretto, riesce sempre a livellarsi al suo antagonista e trainare il resto della banda a superare costantemente i propri limiti. Un vero e proprio stile di vita che si cementifica quando nella saga di Cell Goku e suo figlio Gohan compiono il primo ritiro di allenamento nella famigerata stanza dello spirito e del tempo, un microuniverso a 10G, dove un anno di permanenza al suo interno corrisponde a un'ora sulla Terra. Un'altra tavola di Toryiama che resta indelebile nella mia memoria è quella di padre e figlio che escono dalla stanza in versione Super Saiyan apparentemente calmi e rilassati, ma in realtà irrimediabilmente evoluti, tanto che a salvare la Terra sarà l'ormai adolescente Gohan. Ma quando Goku sembra dover passare il testimone alla nuova generazione, ecco che con un repentino salto temporale Toryiama ci mostra Gohan più interessato agli studi che alle arti marziali, mentre il padre e Vegeta, in piena epoca di pace, continuano ad allenarsi con la cazzimma di due teenager del South Bronx. A loro corredo Toryiama non trascura mai del tutto il nutrito sottobosco di guerrieri decaduti che continuano a esercitarsi, lottare e sacrificarsi (anche letteralmente) per salvare la Terra dalla nuova minaccia di Majin Bu. E quando anche Goku ci rimette le penne, Toryiama lo fa allenare (e tornare) persino dall'aldilà, delineando una grande epopea dove lo scopo dell'esistenza (anche quella ultraterrena) consiste nel mettersi in discussione, lottare dentro/contro i propri limiti, travalicare mondi e orizzonti, anziché accontentarsi di accumulare trofei e abbandonarsi ai nostalgismi.   


È indubbio che io abbia riportato gli insegnamenti della saga di Toryiama nella mia vita da b-boy, avviata nel 1998. Il gruppo di "acerrimi amici" di Dragon Ball fu un modello fondamentale per immaginarmi il significato di "crew", giocato proprio sull'equilibrio fra rivalità e fratellanza, stile personale e valori comuni. La cultura dell'automiglioramento di Goku (contrapposta all'ossessione prestazionale di Vegeta) ha guidato come una stella polare questi 25 anni di allenamenti che, non è un caso, si svolgono quasi sempre in luoghi liminali richiamanti la dimensione della "stanza dello spirito e del tempo". Sottovia isolati, sale di palestra insonorizzate e garage disponibili rigorosamente di notte e situati in aree industriali o di periferia. Sebbene anch'io, nei tempi d'oro, abbia avuto la soddisfazione di vincere i miei tornei Tenkaichi, scavallati i 35 lo scopo dell'allenamento non è stato più quello di vincere la gara ma di essere pronto alla sfida: prima contro sé stessi, poi contro il migliore degli avversari possibili. Con l'arrivo dell'adultità e le responsabilità che ne derivano, massimizzare il poco tempo a disposizione per mantenere o evolvere le tecniche ideate e acquisite negli anni passati è un'attività che cerco di compiere almeno settimanalmente, come a voler riunire le sette sfere del drago, realizzare un desiderio e ricominciare tutto daccapo. 

Mentre all'inizio della mia carriera l'identificazione andava con Goku, negli anni ho rivalutato i ruoli di personaggi come Piccolo e Tenshinan (forse perché nel frattempo condividevo con loro anche il taglio di capelli!). Entrambi, all'inizio nettamente più forti di Goku, non riescono più ad avvicinarsi al livello del rivale ma continuano a migliorarsi e soprattutto ad essere presenti nel momento del bisogno, ispirando o guidando il comportamento delle nuove generazioni. Come Piccolo, che diventa il mentore di Gohan, o Tenshinhan, sempre con un occhio (dei tre) rivolto al benessere dell'amico Jiaozi. È esattamente così che vedo il mio ruolo di b-boy alla soglia dei 40 anni. 

Allo stesso tempo, quando in gioventù mi esercitavo anche 4-6 ore in un giorno, la massima di Goku - «l'allenamento non deve diventare una tortura» - mi ha permesso di amministrare le forze e prevenire infortuni gravi o sintomatologie croniche che invece hanno spinto molti miei coetanei a smollare o ridimensionare drasticamente la loro attività già prima dei fatidici 30. Connesso all'esercizio della danza, Dragon Ball ha avuto un ruolo decisivo anche nel mio rapporto con lo specchio. Sull'onda lunga dei corpi ipertrofici e inarrivabili dei vari Shwarzy e Stallone, anche Vegeta e suo figlio Trunks (guerriero tornato dal futuro per salvare il mondo da un'apocalisse androide... vi sovvien qualcosa?) cade nella trappola della massificazione muscolare, mentre Goku & son capiscono che «fortificare inutilmente il corpo» a discapito della velocità è un vicolo cieco nel cammino verso l'automiglioramento. Un precetto già presente nella filosofia hip-hop ispirata dai vari Bruce Lee e Mohammed Ali, che Toryiama rinverdisce, disegnando eroi certamente dal fisico atletico e definito, ma che preferiscono allenarsi all'aria aperta, zavorrando il proprio corpo piuttosto che usare attrezzi da palestra, parodiandone il machismo implicito di certi modelli di body building (è Majin-bu, un super-nemico color rosa dal fisico cartoonesco e curvy, a imprimere forse la più sonora batosta al macho-man Vegeta!).           

Nella mia attività di insegnante di danza e arteducatore ho avuto il grande privilegio di rielaborare gli insegnamenti di Dragon Ball con i miei allievi. Cercando di abbinare quell'ingenua, spontanea, simpatica gentilezza propria di Goku con la determinazione marziale e ascetica di Piccolo o Vegeta, ho cercato di introdurre i neofiti al breaking attraverso il principio pedagogico e politico che ci si possa rimboccare le maniche anche senza perseguire il mito del Cristo morto sulla croce o dell'American self made man. Pericolose tossine presenti sia nella cultura italiana sia in quella hip-hop, che un mondo iper-tecnologizzato ma non totalmente votato al capitalismo come quello di Dragon Ball può riuscire a mio parere ancora a debellare.     

Con la fine dell'edizione italiana del manga nell'ottobre 1997, quando Goku è ormai un nonno con l'aureola, nel 2001 la serie animata di Dragon Ball fa il vero boom su Italia 1, diventando un fenomeno di massa nazionale che plasma per due decenni l'immaginario di milioni di giovani e, a seguire, l'approccio educativo di genitori, insegnanti e artisti cresciuti in quello stesso mondo. È grazie a questo gancio generazionale che sono riuscito a connettere la mia visione dell'universo Toryiama con quella degli allievi nati negli anni 2000. Autogestione, motivazione, allegria, fratellanza, rispetto e sfida fra pari, sono tutti concetti che, raccontando la favola di Goku e soci in versione doppia h, risultano complementari alla narrazione fondativa dell'hip-hop (quella dei ragazzini che esorcizzano la violenza ballando fra le strade del Bronx), con l'aggiunta che entrambi - allievo e insegnante - hanno fatto esperienza diretta del mondo finzionale, ma non per questo meno significante, di Dragon Ball. Un mondo che poi ha continuato a espandersi e che dal 2015 aveva ripreso le avventure di "nonno" Goku con una nuova edizione scritta da Toryiama e disegnata dal suo erede mangaka Toyotaro. E che ovviamente ho iniziato a leggere con la stessa curiosità dei tempi dell'amichetto delle medie.

Quindi Dragon Ball è il migliore dei mondi possibili? Certo che no. La visione di Toryiama risente di un coté patriarcale molto forte e tipico della produzione culturale giapponese (e occidentale) dell'epoca, dove l'arco narrativo assegnato alle donne è quello di passare da "femmine folli" a madri ossessive e/o mogli coi pantaloni, come nel caso di Bulma, Kiki e C-17. Se il "maestro" della tartaruga è un anziano eremita che offre i suoi servigi in cambio di sbirciatine e palpeggiamenti verso giovani ragazze non sempre consenzienti, Goku, pur creando la propria famiglia nucleare, non ne eredita il "vizietto", rimanendo un bambino curioso bloccato allo stadio del "pussy slap" e attraverso il quale Toryiama ripropone la contro-narrazione maschile del marito-succube-della-moglie-matriarca. La nuova saga di Dragon Ball Super, alla luce dei tempi, tenta ovviamente di scardinare questi maschilismi con nuovi personaggi non-binari (come Whis) e guerrieri donne, depotenziando i protagonisti (Goku e Vegeta tornano allievi per superare i propri limiti caratteriali) e restituendo il clima di giocosa avventura delle saghe di Goku bambino, dove vecchi amici e nemici tornano a calcare il palco del mitico torneo Tenkaichi in edizione "lotta fra multiversi" (sic.). Un cambio di rotta che non elegge certo Toryiama a nuovo araldo del transfemminismo, ma che lascia uno spiragli a Dragon Ball e i suoi eredi creativi di accogliere nel proprio universo pedagogico le complessità sprigionate dalla globalizzazione di anime e manga, dando la possibilità a vecchi e nuovi personaggi, così come a grandi e piccoli fan, di non smettere mai di imparare dal bambino che e dentro di loro.

Per lo spirito e il tempo:
grazie Toryiama-san!           

lunedì 27 aprile 2020

Allarghiamo il cerchio: come danzare fra le strade della Fase 2

Mentre l’emergenza Covid-19 ha scoperchiato un vaso di pandora fatto di precarietà, disuguaglianza e vuoto politico, molte/i street dancer come noi hanno continuato a ballare in tha house, condividendo mosse, musica e knowledge sull’unico spazio d’incontro possibile: il web. Spostavamo il divano per ballare, e ci risaltavamo sopra per visualizzare, condividere, commentare e - perché no! - svolgere qualche lezione on-line per arrangiarci in qualche modo di fronte a questa inaspettata fase storica. Bene, direi. Ma non benissimo. 
Ce lo dice la nostra memoria muscolare. Durante il sonno ci agitiamo, convinti di rivivere quelle spericolate notti di festa, quando si ballava pressati l’un con l’altro e una voce gridava «Allargate il cerchio!». Un anatema per molti breaker, a proprio agio negli spazi angusti, ma anche il segnale per lanciare il giubbino a terra, disinnescare i pudori, sudare e danzare fino allo sfinimento. Destati dal sonnambulismo, ora che le misure restrittive sembrano allentarsi, "allarghiamo il cerchio" potrebbe essere lo slogan per immaginare nuove forme di ballo, festa e sfida, all’interno di una scena che deve necessariamente riaprire le porte allo spazio pubblico, ma anche abbattere le sue muraglie immaginarie verso il pubblico. Che effetti ha avuto la quarantena sulla nostra voglia di fare cerchio? Cosa ci spaventa? Ballare in sala o per strada?
La strada.
Ve la ricordate, sì?

In strada scoprimmo un nuovo modo di ballare, incontrarsi e crescere. Qualcuno c’è arrivato dopo, altri non sono più riusciti a farne a meno. Parchi, gallerie, sottovia e lastricati in marmo, in centro come in periferia, ora più che mai c’è bisogno di tornare a trasformare quei luoghi in meraviglioso campo di gioco artistico e politico. In questo siamo brave e bravi: ce l’ha insegnato la prima generazione hip-hop del Bronx, ma anche le migliaia di drag-performer, street & house dancer sparse nei luoghi di conflitto in tutto il mondo. In Iran (dove è vietato alle donne ballare in pubblico) o a Gaza (sotto alle bombe israeliane), dove fare cerchio è un atto di insubordinazione alle logiche sessiste e guerrafondaie che imporrebbero a certe persone un isolamento senza fine. Altro che “yo yo”! In quei luoghi, scegliere di ballare per strada ha innescato un movimento di rinascita collettiva, oltre che di espressione individuale.

Ballando Tehran, documentario che racconta il fenomeno delle "danze virali" scatenate in Iran dopo l'arresto di una ragazza accusata di aver «ballato su Instagram». #dancingisnotacrime
Ora, in condizioni diverse ma comuni, anche per noi è giunto il momento di allargare gli orizzonti e ripensare al senso profondo delle nostre danze. Perché se i social sono stati fin’ora il mezzo, quale sarà il fine? Se non troveremo uno scopo urgente e alternativo al puro sfoggio di stile, le nostre performance potrebbero trasformarsi in un languido canto del cigno. Ben altra cosa rispetto alla dura realtà, che ti grida «Smetti di cazzeggiare e trovati un lavoro!», ma che in questa sede, vi invito a mettere per un momento fra parentesi.
A 36 anni suonati, come b-boy, intravedo nel dramma di questa crisi l’opportunità per riscoprire insieme un nuovo senso sociale, culturale e politico del “danzare in strada”. “Sociale”, perché ci allena a rimanere uniti attraverso le diversità (risolverla nel cerchio, piuttosto che sulla tastiera, è sempre stato meglio!); “culturale”, perché è un linguaggio che si alimenta dal basso ed è orizzontale («Each one, teach one!»); “politico”, perché ci insegna a reagire a tempi e spazi imposti dall'alto (quelli del ghetto prima, quelli dell'emergenza ora). Basta una cassa stereo e un paio di sneaker: tutta la danza, non solo quella urbana, nasce così: come arte povera e di comunità. Non a caso, da due decenni si parla dei bei tempi andati della cultura di strada che mai e poi mai ritorneranno. «Bene!», rispondo ora ai nostalgici, «se non ora, quando?».
«Fare o non fare: non c'è provare!»
Mc Yoda from Star Wars crew ;-)
Sì, ma come? Le feste che erano il cuore della nostra comunità, saranno off limits per mesi, se non anni. Si potrà ballare da soli, ma non in gruppo. Il pavimento, caro ai breaker, forse rimarrà veicolo di contagio e il semplice sfiorarsi potrebbe essere considerato fuorilegge! «Fare o non fare», insegna il maestro Yoda, «non c’è provare!». Ci aspetta un futuro di regolamenti fluidi perciò occorrerà muoversi con buon senso e intelligenza sul crinale delle norme, interpretandole “creativamente” (chi vi scrive riconosce la necessità di adottare misure preventive secondo le disposizioni) per tutelare la salute di tutte e tutti, ma anche per scongiurare autoritarismi e abusi di potere. Il cerchio allargato (un circolo di persone ben distanziate che si alternano al suo interno) potrebbe essere la migliore strategia per tenersi in forma, riattivare spazi comuni e riallacciare legami. Per capire se funzionerà, bisognerà iniziare a farlo. E farlo insieme non da soli. In strada, non a casa. Perché è lì, fra gli snodi dello spazio aperto, che nascono e si nutrono le comunità. Non ballare per i social, socializza per ballare!

Riscoprire e praticare le radici sociali della danza di strada all'interno delle normative, sarà la sfida dei prossimi mesi, ma non saremo i soli. Nel mondo, esperimenti di solidarietà e cittadinanza attiva che, pur nelle norme, provano a disinnescare i meccanismi discriminanti e incoerenti delle misure emergenziali. Una serie di provvedimenti che, ricordiamolo, deve “servirci” non “asservirci”.

Srotolare il linoleum: non è la soluzione al tutto, ma un'alternativa al niente.
E come ogni “serie” che ci cattura, è normale chiedersi come andrà a finire. Purtroppo gli episodi sono ancora lunghi, e il finale, come spesso accade, lo si scrive anche in base al gradimento del pubblico. Certo, se rimarremo sul divano, la «Netflix della cultura» farà un balzo in avanti verso l’aumento delle disuguaglianze, se invece riusciremo a far danzare le strade, forse sarà l’occasione per spazzarle definitivamente via. E chissà, da una nuova scena potrebbero spalancarsi nuovi scenari.


domenica 14 agosto 2016

The Get Down (primo episodio): una storia potenziata sulla nascita dell'hip-hop




Raccontare è inevitabile. Intorno ad un fuoco, di ritorno da un viaggio, di fronte agli occhi assonnati dei bambini: l'umanità ha usato le storie per dare senso alla realtà. Per questo ogni soggetto, individuale e collettivo, ha bisogno di costruire una narrazione efficace in grado di modellare l'ammasso di eventi accumulati nel corso del tempo. Oggi più che mai, la così detta cultura hip-hop vede il riemegere di antichi relitti della memoria, navi colme di racconti e storie mai narrate fino ad ora che chiedono di essere aperte, decifrate e classificate dalla generazione "di mezzo", quella che con l'hip-hop ci è cresciuta e ora ci lavora. Una generazione digitale libera dal culto dell'io-c'ero, ma allo stesso tempo cresciuta in una mitologia urbana popolata di b-boy leggendari, dischi introvabili e "lettere base" ricopiate dai ritagli di giornale.

Una generazione che insieme alla nuova si raccoglierà attorno a The Get Down, il Wild Style degli anni 2k10. Assemblata nelle fornaci di Netflix dall'australiano Baz Luhurmann (Romeo + Juliet, Moulin Rouge!, Il grande Gatsby) la serie è ambientata nel Bronx degli anni settanta e racconta le vicende che portarono alla nascita del fenomeno hip-hop. Uscita lo scorso 12 agosto dopo oltre 1 anno di promozione, The Get Down apre il sipario con un episodio adrenalinico che supra i 90 minuti. La storia è corale, sebbene il plot ruoti attorno all'amicizia fra due adolescenti, Ezekiel "Zeke" Figuero, un futuro mc portoricano, e Shaolin Fantastic, una cintura nera di "stile" metropolitano. Entrambi figli delle politiche di abbandono del Bronx, presentata come una vera "babilonia in fiamme" per citare Jeff Chang, l'amicizia fra Zeke e Shao dischiude un mondo più complesso fatto di lotte territoriali, giri d'affari e rimpasti politici. Un approccio sfaccettato, che ci trasporta continuamente dentro e fuori la scena underground, e che al momento non celebra nessuna "leggenda" ma semmai ne ipotizza e traccia di nuove. E' il caso di Shaolin Fantastic, un misterioso eroe che indossa puma rosso fuoco e marchia New York con la firma "Shao 007". Un supereroe immaginario che condensa e potenzia i racconti di leggende del writing come Taki 183, Super Kool, Phase 2 e Lee, e viene accompagnato con ironia e gusto vintage da una regia in stile blaxploitation e kung-fu movie. 

martedì 3 maggio 2016

Nasce Compagnia Garofoli/Nexus: start up artistica, educativa e teorica


Sono lieto e onorato di annunciare l'arrivo di un nuovo, ambizioso progetto, in "compagnia" di Laura Garofoli. Costituendoci come Associazione di promozione sociale e culturale, da oggi opereremo sotto il nome di Garofoli/Nexus, promuovendo arte, educazione e ricerca.

Questa start up - come si suole chiamarla oggi - promuove la convergenza fra teatro, street dance e media art, intrecciando il mio percorso di ballerino e teorico con quello teatrale ed educativo di Laura. Una trama, quella fra me e Laura, che parte già dal 2008 con la collaborazione nel cortometraggio Questione di attitudine e che riparte nel 2012 con la nostra prima auto-produzione L'Ombra, per andare ad ingrossarsi e confluire nella Compagnia Garofoli/Nexus.

Ci sono molte novità in arrivo, prima fra tutte il nuovo sito - www.garofolinexus.it - una piattaforma verde petrolio dove troverete tutti i nostri lavori e progetti. Fatevi un giro sul carosello e tenete le antenne rizzate.

Garofoli/Nexus:
hot inside, fresh outside.    

 

martedì 26 maggio 2015

Il mito resistente di Alice: Giuseppe Sofo intervista Nexus e Laura Garofoli su LcomeAlice

"Alice è una militante transmediale"
Intervista di Giuseppe Sofo a Nexus

Roma, 20 maggio 2014.



1) Perché hai scelto di adattare Alice e perché questa tua Alice è così multidimensionale?


Non ho scelto un bel niente, ci siamo semplicemente incontrati. E non parlo di quegli incontri tipo "colpo di fulmine" ma piuttosto di quelle relazioni che si nutrono negli anni attraverso amicizie in comune, incontri fortuiti, sguardi lascivi, pensieri voluttuosi, confessioni sotto sbornia ecc. In questo senso L come Alice replica la relazione fra me e Laura - ed ecco un altro significato per la "L" di Alice! Vedi, il Senso, per come lo intende Deleuze, si forma attraverso concatenamenti non-cronologici come questi: si sceglie prima una parola e poi la si riempie di significato, in retroazione. Attenzione: questo non vuol dire fare tutto a casaccio o tramite la "sensibilità artistica" (la sensibilità non è dell'artista, semmai del mondo in cui è immerso!). La nostra è cosciente "scrittura di scena" ovvero predisposizione di trappole-significanti in cui Alice e chi gli sta attorno presumibilmente finiranno per incappare. Artaud c'è finito dentro ed invece di esplodere pare sia rinsavito. Lewis Carroll, il supposto-essere autore di Alice, ha vissuto in un campo minato di Alici fotografiche, letterarie e umane. A differenza di Walt Disney che ha ricombinato questa molteplicità di traiettorie per diffondere un immaginario monolitico ed economicamente faraonico, L come Alice ricarica il potenziale resistente, contro-culturale e utopico di Alice. Un'Alice che non si pone come Soggetto ma come "centro di gravità narrativo", significante senza significato attorno a cui si organizza la tessitura del Se-nso e la dispersione dei mondi possibili.

martedì 31 marzo 2015

«R.O.M.» (Nexus, 2015) - break dance + videoart (+ note di regia)



Venerdì 10 Aprile alle 19.00 sono tornato in strada con R.O.M., la performance di break dance e videoarte ideata nel 2013 per il Perepepé Fest di Pesaro. Ad accogliermi, la cornice di Largo Spartaco e del Boomerang Fest, quest'anno intitolato "un urlo di seppellirà". Qui di seguito alcuni appunti di regia. Qua sopra il video, qua sotto alcune note di regia. Buona esperienza.

***

Nel linguaggio informatico ROM è l'acronimo di Read Only Memory, memoria di sola lettura. Un cd-rom è una memoria di sola lettura: possiamo leggerne il contenuto quante volte vogliamo, ma non possiamo modificarlo. Nella lingua romanés, «rom» significa «essere umano» ed indica una cultura e un popolo attualmente migrante e disperso. Roma è rom: una città composta da esistenze disperse e vissuta in sola lettura.

Via dell'Acquedotto Felice: qui passa la prosecuzione medievale dell'antico acquedotto romano, qui emergono i "ragazzi di vita" inchiostrati da Pasolini. Qui le ruspe hanno sgomberato le baracche di cartapesta costruite sotto agli archi austeri, assolvendo quel tentacolo di villette abusive abbarbicato lungo il medesimo tratto murale. Da qui si prosegue lungo via del Mandrione, verso Porta Maggiore; da qui si evade al Parco degli Acquedotti, cumulo di storie e temporalità sovrapposte: dove prima scorreva l'acqua, ora fluttuano i droni.

lunedì 22 dicembre 2014

«How to Build a Scene Vol. 2»: è ora di farlo in #Communia

8 anni fa, dove oggi macina soldi Eataly, si frullavano passi di breakdance. Quando giunsi a Roma con l'obiettivo di spaccare tutto, il punto d'incontro della scena era infatti l'Air Terminal, l'ala periferica della stazione Ostiense, cattedrale della speculazione edilizia dei mondiali di Italia 90. Là dentro, lontano da ogni riflettore, prendemmo ad organizzare un evento chiamato SPQR Underground, un contest di breakdance 1vs1 completamente autogestito dove il vincitore raggranellava i soldi delle iscrizioni e, insieme al secondo e al terzo classificato, componeva la giuria dell'edizione successiva. Ricordo un'edizione con più di cento persone, con una grande partecipazione della scena napoletana. YouTube era appena nato e spulciando nella rete sono sicuro troverete qualche contributo. Ad ogni modo, sul finire del primo decennio 2000, l'Air Terminal chiuse improvvisamente i battenti. Da allora, diaspora: la scena romana non ha più avuto uno spazio di riferimento fisso.

Lo scorso 29 Novembre, presso lo spazio di mutuo soccorso Communia, con Urban Force abbiamo deciso di riportare in vita l'SPQR. Circa 16 b-boy (e ahimè nessuna b-girl) si sono dati battaglia per contendersi il titolo più underground di Roma. Dai 15 ai 30 anni, il battle ha visto scontrarsi generazioni e approcci diversi, portando al primo posto del podio Jordi (Free Stepz), seguito da Plasm e Side, che - come da regola - avranno l'onere e l'onore di organizzare e giudicare la prossima edizione.

Questo 29N ha sancito anche il ritorno di «How to Build a Scene», il percorso di incontro e autorganizzazione della scena romana di street dance intrapreso ad ottobre al Raw Muzzlez Anniversary, e di cui potete leggere un report qui. Per oltre 2 ore, circa una quarantina di persone sono rimaste letteralmente incollate sul tappeto a scacchi per raccontare e raccontarsi la propria esperienza della "scena". Insieme allo zoccolo duro del breaking romano, c'era anche Serio, b-boy e dj storico della capitale, e gli esponenti di Califostia Underground, un progetto hip hop di riappropriazione della strada che coinvolge street dancer di molteplici stili. Quello che segue è il report di questo denso incontro, che non riflette l'andamento cronologico della discussione, ma tenta piuttosto di tirarne le somme, favorirne le future ramificazioni e, nel finale, rilanciare un nuovo incontro.    

venerdì 21 novembre 2014

«How to build a scene Vol.I»: la comunità di breaking prende parola


Ad ottobre, presso l’inosservato lungofiume all’ombra del Ponte della Musica, un manipolo di b-boy e b-girl hanno posato le chiappe in circolo e iniziato a...parlare. L’incontro si è svolto all’indomani del Raw Muzzlez Anniversary, un evento volutamente “clandestino” che una volta all’anno tramuta la monotonia del sottoponte capitolino in un’arena di scontro fra i più agguerriti/e street dancer, da Roma e dintorni, fino a Bari. Seppellite le asce di guerra, il pomeriggio seguente i Raw Muzzlez hanno convocato le crew e i personaggi di spicco della scena romana, per un confronto vis-a-vis incentrato su una domanda da un milione di dollari: come si ri-costruisce una scena? Nonostante la domanda avesse potuto dare spago a masturbazioni a quattro mani sui “bei tempi andati” o a fenomeni di caccia alle streghe in nome del “Da Real”, tutto ciò è morto sul nascere e la discussione, spesso imbizzarrita e condotta a briglie sciolte, ha dato dei risultati molto concreti e che tenterò di organizzare. Quello che segue è il frutto del primo ragionamento collettivo svolto dalla comunità di breaking di Roma e, a memoria personale, la sua prima dichiarazione di intenti scritta.

sabato 13 settembre 2014

Conferenza su #LcomeAlice, prossimi eventi e l'infamoso libro sulla Breakdance


Warren Ellis vs Friedrich Nietzsche; Sherlock Holmes vs Carmelo Bene; Alice (quella della Disney) vs Alice (quella del Videogame); Lewis Carroll vs Antonin Artaud; Steampunk vs Teatro & Videoarte. E ancora: cyborg militanza, archeologia dei media, hacktivismo, cognizione incarnata, e tante, tantissime domande. Questa sarà la conferenza su L come Alice, il progetto di transmediale steampunk, che terrò domani 14 Settembre alle 18.00 presso lo Steamfest Roma, all'ex mattatoio di Testaccio.


In mattinata, sempre domani (!), svolgerò un workshop di breakdance in compagnia del resto della crew, Urban Forcepresso l'Energy Fitness Club di San Cesareo (Rm). La giornata sarà interamente dedicata alla breaking culture, e nel pomeriggio seguiranno sfide, showbattle e cerchi aperti. D'altronde il nome dell'evento è smoKING, un'abile gioco di terminologia slang per scovare chi fumerà (cioè batterà) il numero più alto di b-boy/g-girl, affermandosi come King o Queen della giornata.         

Inoltre ho ripreso la lavorazione del mio libro incentrato sulla storia della breakdance. A distanza di due anni dall'apertura dei cantieri, l'edificio narrativo è molto lontano dal suo completamento ma le fondamenta storico-stilistiche sono ben radicate. Probabilmente il titolo non sarà più quello proposto inizilmente (Be-girl), ma la protagonista rimarrà assolutamente una b-girl. Rimane anche la volontà di narrare una storia sotto forma di romanzo, anziché propinare un saggio storico, e dare spago agli araldi del tu-non-c'eri-mica. Anzi, la componente finzionale lambirà terreni molto scoscesi mescolando thriller, fantasy, afrofuturismo e chissà, magari anche un po' di wuxia. Per il resto, rimango assetato di storie riguardanti b-girl italiane attive negli anni 80 e nei primi anni 90: se ne conoscete qualcuna, di storia o di b-girl, inviatemi un piccione viaggiatore a nexusmoves@gmail.com.

***
L'assenza dalle pagine di codesto blog, e l'inusuale presenza di contenuti tramite la mia Pagina Facebook e Twitter è dovuta alla preparazione di questa e altre iniziative che spero di poter trasferire qui su nexusmoves.com per poterle commentare assieme. 

E ora se volete scusarmi, torno a sturare un po' di appunti.   

giovedì 24 luglio 2014

Di come Urban Force si incontrò a Hip Hop Connection


Nel gruppo c'era un tipo che tirava qualche Thomas, un ragazzino che saltava sulla mano e una manciata di altri pischelli, più o meno volenterosi. Servivano powermove e clash, ed entrammo in gioco noi. Nacque la seconda generazione Urban Force.

Un passo indietro. Nell'agosto 2004 ero a Pesaro per partecipare ad un contest che avevo scoperto due anni prima: l'Hip Hop Connection (HHC). Un'altro passo indietro. Nell'agosto 2002, incontrai un ometto stempiato intento a provare dei ninetees lungo una traversa del lungomare pesarese. Diceva di avere 28 anni, ma aveva i 'quaranta' nel sangue, ed era un allievo di Carlo Dc Ace, uno storico b-boy della old school che rivaleggiava con personaggi del calibro di Next One e Crash Kid. La sua mossa preferita, che era poi la favorita del suo maestro e sarebbe diventata anche la mia, era la "corona". Conosciuta oltreoceano col nome di halo (aureola), questa mossa prevede la rotazione del corpo attorno alla circonferenza testa, grazie alla spinta coordinata di mani e gambe, giro dopo giro. La corona è una variante sghemba del giro sulla testa, una rotazione su di un asse obliquo quanto precario: dovevo impararla. L'estate 2002 fu l'estate della corona e a settembre ingranai i primi giri. Da quell'anno in poi, frequentai assiduamente HHC e strinsi una solida amicizia con l'omino delle corone e il suo compare più smilzo, Monsa e Ippo (Zinko), che insieme a Chrystelle organizzavano l'evento.

domenica 22 giugno 2014

Negoziare il lutto: in memoria di Alessio Spitfire, Magnimel Crew e Crash Kid

Si dice che l'elaborazione di un lutto segua cinque fasi: negazione, rabbia, depressione, negoziazione, ed infine, accettazione. Ma si può davvero "elaborare" un lutto? Del tipo: elaboro un impasto di farina e sforno una pizza, elaboro un calcolo e visualizzo il risultato? Purtroppo no. Quando spartisci con la morte, torni sempre a casa con gli spicci. Il resto è endemico, la consolazione è nomade. Per chi vive, la morte è inevitabile: per chi muore, la morte uccide la morte. E allora sì, e solo in quel caso, l'elaborazione è un gioco a somma zero. zero = zero.

Per noialtri che restiamo, si tratta di gestire questi spicci affinché non si accumulino e diventino schiaccianti macigni. Qualcheduno li raccoglie nel salvadanaio della fede, pensando che un giorno essi saranno il cambiavalute della vita eterna, mentre qualcun altro li scioglie e li spalma su tutto il corpo come olio abbronzante, pensando di raggiungere l'equilibrio terreno. Purtroppo no, sta roba non regge. Dio non esiste e tutti videogame prima o poi crashano.

sabato 12 aprile 2014

"Se ti piace l'Hip Hop, devi volare a New York": Note da New York (Vol. 2)

Bassi Maestro rappava: "Se ti piace l'Hip Hop, devi volare a New York". A circa 40 anni dai primi block party, e 7 dal mio primo atterraggio nella East Coast, sta' Grande Mela è tutt'altro che succosa e una volta sbucciata, rivela un vuoto endemico che attribuiresti invece alla più riuscita delle "rosette".

E' stato un inverno catatonico, il più stronzo degli ultimi 15 anni. In assenza di tempeste di neve si formava il ghiaccio, in assenza di ghiaccio - splash! - maestose pozzanghere che una volta evaporate, lasciavano nuovamente campo libero alla neve. In queste condizioni, di fare cerchio in strada non se ne parla. La cartolina sovraesposta dell'estate ballereccia a Union Square 2007, è crivellata da una serie di istantanee del sottosuolo invernale 2014: sempre in notturna, sempre musicale, sempre spalleggiato da sguardi persi nel vuoto. Non rimane che tuffarsi nei club. Scopro questa serata con Dj Red Alert & Jazzy Jay nel profondo Brooklyn. Tento il tuffo, in solitaria, sicuro che ad accogliermi ci sarà un oceano di gente. Un tonfo, fra i più pesanti. In questo locale sbocciato all'ombra della Brooklyn-Queens Expressway, fra un dedalo di autorimesse, siamo in tutto una decina di persone (compresi gli host). Ingresso libero, un'oretta di dj set svolgliato, un paio di canadesi increduli quanto me e poi tutti a casa. La consapevolezza che qualcosa non quadra giunge come una sferzata di vento gelido, lo stesso che allieta la mia attesa sulla banchina sopraelevata al capolinea della linea G, nel Queens, quando mi risveglio alle 3 di notte e il treno ha  superato abbondantemente la fermata di casa. Freeze!

martedì 25 marzo 2014

"It's like a jungle (sometimes)" (#TifiamoAsteroide) in lettura venerdì 2/3 a Roma

"Sostituite Letta con Renzi, e il gioco è fatto!" - Ho risposto così, quando Laura Garofoli e Claudia Salvatore mi hanno comunicato l'intenzione di improvvisare un riding sul mio racconto It's like a jungle (sometimes). L'operazione avrà luogo questo venerdì presso Officina Culturale Via Libera in via dei Furi 15-17 (Roma, metro A - Porta Furba) con il titolo "Improvvisamente riding!" aka più ridi, più improvvisamente t'incazzi.

Se non l'aveste già intuito dal titolo, It's like a jungle (sometimes) è la storia di un ballerino di strada che scopre la sua "vocazione politica" quando Letta Renzi annuncia l'inannunciabile: fra meno di un anno un gigantesco meteorite si schianterà sul suolo italiano. Il testo fa parte di una costellazione di 100 racconti pubblicata lo scorso agosto sotto il titolo #TifiamoAsteroide, a partire da un'idea del collettivo Wu Ming

Insomma: don't push me cause I'm close to tha...riding!

***
Info:
"Improvvisamente riding!" (Facebook)
Tel. 06 8308 9514


domenica 23 febbraio 2014

La Breakdance Immaginaria: Sartre avrebbe vinto il Bc One?

"Questo è un b-boy, questa è una b-girl". Ripetete la frase mentalmente, ad occhi chiusi. E' probabile che nella vostra mente si formi l'immagine evanescente di un b-boy e di una b-girl. Non si tratta di un'immagine vera e propria ma di un concatenamento di volti, movimenti, vestiti, luoghi e "inquadrature" che formano un abbozzato prototipo di b-boy e di b-girl. Bene, ora aprite gli occhi. Cercate un'immagine o un video di breaking risalente a circa quindici anni fa. La cosa più semplice è cercare sul web, ma potete anche riesumare una vecchia fotografia o mettere su un DVD (o addirittura un VHS!). Attenzione, ora arriva il difficile: confrontate l'immagine degli anni 90 con quella che avete visualizzato mentalmente. Il metodo migliore è sovrapporre l'immagine percepita nella realtà con quella immaginata. Cosa è successo? Le immagini coincidono, oppure no? Quella della b-girl sì, quella del b-boy no, o viceversa? Se sì, la vostra coscienza immaginativa (così la chiamava Jean-Paul Sartre nel 1940) è rimasta grossomodo stabile. Se no, la vostra immaginazione ha subito un cambiamento. In entrambi i casi emergere la stessa domanda: sotto quali condizioni il mio immaginario cambia o rimane stabile?

venerdì 14 febbraio 2014

It's like a jungle (sometimes): un racconto Hip Hop sulla fine del governo Letta


L'anno scorso ho preso parte ad uno strano carosello di scrittori, attivisti, blogger, precari e "ciabattini culturali" che profetizzava la fine del governo Letta ad opera di un gigantesco meteorite. Il 10 agosto 2013 una gragnola di 100 racconti é detonata dal blog dei Wu Ming, invadendo la mediasfera sotto il nome di Tifiamo Asteroide

Oggi, dopo che Letta é stato polverizzato dal bolide dirigenziale del PD, non rimane "una mostruosa voragine", bensì un ulteriore, ingombrante macigno di basse, mal-destre intese

Per questo c'è bisogno di ri-evocare non 100, ma 100mila meteoriti che interrompano questa staffetta di accordi LateraRenzi esistenziale.

Qui sotto il mio racconto, ufficialmente intitolato "Sinergia" ma ricondotto furtivamente al titolo originariamente suggerito dal suo co-autore, ovvero: "It's like a jungle (sometimes)" ;-)


***
It's Like a Jungle (sometimes)


Don’t push me ’cuz I’m close to the edge
I’m trying not to lose my head
Uh huh ha ha ha
It’s like a jungle sometimes
It makes me wonder how I keep from goin’ under.
[Grandmaster Flash and The Furious Five, The Message]



Hai vissuto gli eventi più importanti degli ultimi 15 anni a testa in giù. Inizi il 31 dicembre 1999, quando alle ore 23:59:59 esorcizzi il  millennium bug con un irriverente, quanto alcolico, salto mortale. Sei a gambe in aria durante i fatti di Tangentopoli, dell’11 settembre e di Genova 2001; sei sottosopra durante l’estinzione dei Craxi, degli Arafat, dei Wojtyła e dei Saddam; caracolli su te stesso, mentre i governi Berlusconi si alternano ai conduttori di Striscia la Notizia. Guerre imperialiste, strappi tecnologici, turbo-capitalismo e crisi: finanziaria, politica, esistenziale. Non ti gira la testa, perché sei tu a girarci attorno. Breakdance, quest’arte urbana vecchia di quarant’anni, anacronistica novità nell’immaginario collettivo. È il tuo pane quotidiano, in tutti i sensi. Da tempo immemore (in ogni caso non più di cinque anni) lavori presso via del Corso in Roma con la mansione di “artista di strada”. Il tuo  core business consiste nell’intrattenere turisti e passanti in cambio di offerte “a cappello”. Le regole sono semplici, e sono due: 1. Chi primo arriva meglio alloggia; e 2. Le guardie hanno sempre ragione. Anche questa volta, allo scoccare dell’Evento, stai compiendo un headspin (aka giro-sulla-capoccia) sul marciapiede di fronte alla chiesa di Sant’Antonio. A pochi metri di distanza, presso l’aula conferenze di Montecitorio, Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, annuncia l’inannunciabile. Primo piano a reti unificate: «Cari italiani e care italiane, il ministero della difesa, congiuntamente con quello degli esteri, ha giudicato fondata la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto divulgare: un gigantesco sciame asteroideo è in imminente rotta di collisione con il territorio italiano. Il raggio, l’entità e la durata dei danni provocati da questo evento sono attualmente incalcolabili. L’unica notizia certa è che fra 344 giorni, 12 ore e 27 minuti si verificherà l’impatto...». 

domenica 9 febbraio 2014

Deframmentare il Sé: note da New York (Vol.1)


«San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.»
Nostra Signora dei Turchi 
Carmelo Bene
***

Frequento la maldestrezza da un paio di settimane: qui, nella città che non dorme mai.
Si planava raggianti. La vista lattea, al cospetto di una Costa Est in cui infuriava il bianco. Massicciate di bianco. Pozze di bianco. Grumi. L'atterraggio è questo zoom in avanti sul googlemaps dell'irreale. Fino allo screzio del pneumatico e il rollio verso la misura d'uomo. Il freddo che schianta i polmoni, il fetore ammaliante di glucosio e carne affumicata, i fantasmi, a sciami, dall'atterraggio di sette anni prima. Eccomi capitolare a New York, impreparato.

Quello di Brooklyn, è un risveglio al colesterolo tostato. Una, due, sette fermate: il riflusso di zucchero a velo non ti molla sino a Manhattan: il formicaio. Mi riscopro maldestro nel coordinare l'estrazione del biglietto con la rimozione dei guanti e il varco del tornello, mentre in balia della moltitudine non mi accorgo che la temperatura implode a - 11 gradi. Leggo, ballo, ascolto: maldestramente.

 

Quando si viaggia, bisogna farlo in maniera radicale. La prima cosa da fare è perdersi. E non intendo semplicemente perdere la strada, bensì perderSè-stessi, a partire dal nome. Ad esempio qui non esiste più "Giuseppe", bensì Jussìpi. Io-non-esisto, e non è un eufemismo. Pare che il nostro senso del Sé, la nostra coscienza, sia emersa grazie all'auto-stimolazione vocale che i primi esemplari di Homo Sapiens svolgevano nei momenti di solitudine. Parlando a Sé stessi, i primitivi permisero il collegamento fra aree del cervello non predisposte a comunicare dall'evoluzione biologica. Il linguaggio duqnue non serve solo a creare ragnatele verso l'esterno, ma anche a tessere la nostra mente. Rinnegare un nome o un'intera lingua, significa letteralmente deframmentare il nostro Sé. Ecco perchè quando ballo, passando dal pensiero-parola al pensiero-corpo, il mio Io non è più Io: si degrada.

martedì 17 dicembre 2013

Dopo "L come Alice"...si brekka!

#LcomeAlice -© Mat photo 2013
Grazie, grazie, grazie. A quel centinaio di persone che lo scorso weekend hanno condiviso con noi l'esperienza di "L", rinfocolando la miccia di un immaginario militante, quanto "traforallante". Un immaginario che ci coglie, ci sfida, ci mostra le crepe aperte del linguaggio, ce lo fa sovvertire. Alice scompare momentaneamente dalla scena, lasciando un eco nella mente: «come il sorriso senza gatto». Alice è quest'ultimo abbacinante mese di alzatacce, pestoni, strattoni politici e fugaci, spietati amplessi di soddisfazione. Al Teatro Le Sedie abbiamo sguinzagliato il nostro book bloc (Jeter, Carroll, Artaud, Deleuze, Dennett) ma avremmo voluto anche quello dei compagni di Spartaco, che hanno accolto le nostre prove a "scatola chiusa". Per rimediare, stiamo organizzando una due giorni di "L" proprio da loro, magari subito dopo le feste. Nel frattempo potete continuare a far vivere l'hashtag #LcomeAlice con i vostri personali indizi (immagini, video, citazioni, riflessioni) sulla non-storia di Alice.

giovedì 21 novembre 2013

Il 30 Nov #RiapriamoCommunia con una Jam!

A Communia si ballerà di brutto. Ci saremo tutti, saremo tutto. Ecco perchè abbiamo organizzato una Jam prima della grande serata di Communia State of Mind: per ribadire che la cultura Hip Hop non è solo intrattenimento ma strumento per la riqualificazione degli spazi urbani e mentali. Se non sapete cos'è un cerchio o uno "showbattle", venite a Communia intorno all'ora di cena. Se siamo stati puntuali vi accoglieranno delle "Cattive Ragazze", un apericena sociale e Mr. Meth che starà organizzando la sua playlist. Intorno a voi una strana accozzaglia di personaggi, ragazzi e ragazze.

Qualcuno si starà già scaldando i polsi, e in molti inizieranno ad oscillare il busto e la testa. Poi si formerà un cerchio di persone, e tutto sarà chiaro al primo "boom bap!". E in questi giorni di pioggia maledetta speriamo di farvi vedere il fuoco, di incendiare gli animi, di farvi vivere in prima persona la sciagurata esperienza di trovarsi uno contro l'altro, darsela di santa ragione a colpi di stile e poi "bella" come prima.

Ed è così che andrà: perchè "la strada è di chi se la vive", come dicono gli amici di Califostia.




martedì 12 novembre 2013

Raw Muzzles Anniversary 2013: Fame di spazi urbani

Aka come un evento organizzato sotto a un ponte ha rilanciato la scena. Il ponte è quello della Musica, a pochi passi da un museo d'arte contemporanea (Maxxi) e un Teatro (Olimpico). La scena è quella di Breaking a Roma: un centinaio di ragazzi/e dai 14 ai 29 anni (indovinate io quale estremo rappresento?) Poi basta un gruppo elettrogeno, due casse, un portatile e questo lastricato nero che sembra progettato appositamente per girare sulla schiena. In realtà non basta del tutto: ci vogliono delle menti affamate.

I Raw Muzzlez sono una crew di Ostia/Roma Nord composta da una manciata di bboy con la voglia di spaccare (Dezzi, Simba, Al-x). Negli ultimi anni li abbiamo visti dare battaglia in numerosi eventi e scorazzare nei cerchi di mezza Italia, nonchè in America. Il loro nome ("musi grezzi") impone una certa dose di aggressività mista a cinismo, avvolgendoli, nell'accezione positiva e negativa, in una sorta di "aura oscura". Con l'evento di venerdì i RWMZ sono usciti dalla cappa e - a mio avviso - si sono finalmente sporcati le mani. Non con il ben testato pavimento, ma con la propria comunità che, volente o nolente, è un ecosistema in cui ognuno influenza l'altro. Quindi "sporcarsi le mani" significa paradossalmente uscire dal cerchio, ideare un format che sia accattivante quanto genuino, sforzandosi di invitare quelli che ti stanno sul cazzo con lo scopo di aggregare, non di umiliare.

martedì 5 novembre 2013

Nexus in "ROM": la memoria è un acquedotto in rovina

Questo sabato sera presso il CSOA Spartaco in via Selinunte 57 (zona Quadrato) all'interno delle Serate sul Drago presenterò per la prima volta a Roma la nuova performance di breakdance + videoarte: ROM. L'evento è doppiamente importante: primo, perchè l'occupazione di Spartaco è una risorsa fondamentale al buon andamento della vita sociale del Quadraro; secondo, perché molti degli "sguardi" di ROM sono stati registrati a pochi passi dal centro sociale, offrendo una visione inedita dell'acquedotto romano che lambisce i confini dell'ex-borgata.
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