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lunedì 27 aprile 2020

Allarghiamo il cerchio: come danzare fra le strade della Fase 2

Mentre l’emergenza Covid-19 ha scoperchiato un vaso di pandora fatto di precarietà, disuguaglianza e vuoto politico, molte/i street dancer come noi hanno continuato a ballare in tha house, condividendo mosse, musica e knowledge sull’unico spazio d’incontro possibile: il web. Spostavamo il divano per ballare, e ci risaltavamo sopra per visualizzare, condividere, commentare e - perché no! - svolgere qualche lezione on-line per arrangiarci in qualche modo di fronte a questa inaspettata fase storica. Bene, direi. Ma non benissimo. 
Ce lo dice la nostra memoria muscolare. Durante il sonno ci agitiamo, convinti di rivivere quelle spericolate notti di festa, quando si ballava pressati l’un con l’altro e una voce gridava «Allargate il cerchio!». Un anatema per molti breaker, a proprio agio negli spazi angusti, ma anche il segnale per lanciare il giubbino a terra, disinnescare i pudori, sudare e danzare fino allo sfinimento. Destati dal sonnambulismo, ora che le misure restrittive sembrano allentarsi, "allarghiamo il cerchio" potrebbe essere lo slogan per immaginare nuove forme di ballo, festa e sfida, all’interno di una scena che deve necessariamente riaprire le porte allo spazio pubblico, ma anche abbattere le sue muraglie immaginarie verso il pubblico. Che effetti ha avuto la quarantena sulla nostra voglia di fare cerchio? Cosa ci spaventa? Ballare in sala o per strada?
La strada.
Ve la ricordate, sì?

In strada scoprimmo un nuovo modo di ballare, incontrarsi e crescere. Qualcuno c’è arrivato dopo, altri non sono più riusciti a farne a meno. Parchi, gallerie, sottovia e lastricati in marmo, in centro come in periferia, ora più che mai c’è bisogno di tornare a trasformare quei luoghi in meraviglioso campo di gioco artistico e politico. In questo siamo brave e bravi: ce l’ha insegnato la prima generazione hip-hop del Bronx, ma anche le migliaia di drag-performer, street & house dancer sparse nei luoghi di conflitto in tutto il mondo. In Iran (dove è vietato alle donne ballare in pubblico) o a Gaza (sotto alle bombe israeliane), dove fare cerchio è un atto di insubordinazione alle logiche sessiste e guerrafondaie che imporrebbero a certe persone un isolamento senza fine. Altro che “yo yo”! In quei luoghi, scegliere di ballare per strada ha innescato un movimento di rinascita collettiva, oltre che di espressione individuale.

Ballando Tehran, documentario che racconta il fenomeno delle "danze virali" scatenate in Iran dopo l'arresto di una ragazza accusata di aver «ballato su Instagram». #dancingisnotacrime
Ora, in condizioni diverse ma comuni, anche per noi è giunto il momento di allargare gli orizzonti e ripensare al senso profondo delle nostre danze. Perché se i social sono stati fin’ora il mezzo, quale sarà il fine? Se non troveremo uno scopo urgente e alternativo al puro sfoggio di stile, le nostre performance potrebbero trasformarsi in un languido canto del cigno. Ben altra cosa rispetto alla dura realtà, che ti grida «Smetti di cazzeggiare e trovati un lavoro!», ma che in questa sede, vi invito a mettere per un momento fra parentesi.
A 36 anni suonati, come b-boy, intravedo nel dramma di questa crisi l’opportunità per riscoprire insieme un nuovo senso sociale, culturale e politico del “danzare in strada”. “Sociale”, perché ci allena a rimanere uniti attraverso le diversità (risolverla nel cerchio, piuttosto che sulla tastiera, è sempre stato meglio!); “culturale”, perché è un linguaggio che si alimenta dal basso ed è orizzontale («Each one, teach one!»); “politico”, perché ci insegna a reagire a tempi e spazi imposti dall'alto (quelli del ghetto prima, quelli dell'emergenza ora). Basta una cassa stereo e un paio di sneaker: tutta la danza, non solo quella urbana, nasce così: come arte povera e di comunità. Non a caso, da due decenni si parla dei bei tempi andati della cultura di strada che mai e poi mai ritorneranno. «Bene!», rispondo ora ai nostalgici, «se non ora, quando?».
«Fare o non fare: non c'è provare!»
Mc Yoda from Star Wars crew ;-)
Sì, ma come? Le feste che erano il cuore della nostra comunità, saranno off limits per mesi, se non anni. Si potrà ballare da soli, ma non in gruppo. Il pavimento, caro ai breaker, forse rimarrà veicolo di contagio e il semplice sfiorarsi potrebbe essere considerato fuorilegge! «Fare o non fare», insegna il maestro Yoda, «non c’è provare!». Ci aspetta un futuro di regolamenti fluidi perciò occorrerà muoversi con buon senso e intelligenza sul crinale delle norme, interpretandole “creativamente” (chi vi scrive riconosce la necessità di adottare misure preventive secondo le disposizioni) per tutelare la salute di tutte e tutti, ma anche per scongiurare autoritarismi e abusi di potere. Il cerchio allargato (un circolo di persone ben distanziate che si alternano al suo interno) potrebbe essere la migliore strategia per tenersi in forma, riattivare spazi comuni e riallacciare legami. Per capire se funzionerà, bisognerà iniziare a farlo. E farlo insieme non da soli. In strada, non a casa. Perché è lì, fra gli snodi dello spazio aperto, che nascono e si nutrono le comunità. Non ballare per i social, socializza per ballare!

Riscoprire e praticare le radici sociali della danza di strada all'interno delle normative, sarà la sfida dei prossimi mesi, ma non saremo i soli. Nel mondo, esperimenti di solidarietà e cittadinanza attiva che, pur nelle norme, provano a disinnescare i meccanismi discriminanti e incoerenti delle misure emergenziali. Una serie di provvedimenti che, ricordiamolo, deve “servirci” non “asservirci”.

Srotolare il linoleum: non è la soluzione al tutto, ma un'alternativa al niente.
E come ogni “serie” che ci cattura, è normale chiedersi come andrà a finire. Purtroppo gli episodi sono ancora lunghi, e il finale, come spesso accade, lo si scrive anche in base al gradimento del pubblico. Certo, se rimarremo sul divano, la «Netflix della cultura» farà un balzo in avanti verso l’aumento delle disuguaglianze, se invece riusciremo a far danzare le strade, forse sarà l’occasione per spazzarle definitivamente via. E chissà, da una nuova scena potrebbero spalancarsi nuovi scenari.


mercoledì 31 dicembre 2014

Have a new year #inCommunia: Bambaataa's Hip-Hop from 1981 to 2015

Ieri su wikipedia ho cambiato la storia di Afrika Bambaataa. Ho sostituito un "1" al posto dello zero di 1980, per indicare la data esatta in cui Bam suonò per la prima volta a Downtown Manhattan, inaugurando così quella spericolata pandemia culturale che va sotto il nome di Hip Hop. Nell'aprile di quell'anno presso il Mudd Club di TriBeCa, un locale adibito a galleria d'arte sotto la direzione di un giovane Keith Haring, Fab 5 Freddy e Futura 2000 radunarono i migliori graffiti artist e hip-hoppers del Bronx e li fecero incontrare col nocciolo duro della new wave newyorkerse. Sebbene fosse un'occasione imperdibile, a Bam rodeva ancora per la pubblicazione del suo Zulu Nation Throwdown, falsata dall'inserimento di un riff strumentale ad opera di Paul Winley, il suo produttore di Harlem. Bam e i Soul Sonic Force avevano puntato su un beat espressamente sintetico, pneumatico, e le chitarrine dell'Harlem Underground Band inserite da Winley non c'entravano proprio un cazzo. Fatto sta che Bam suonò lo stesso quel pezzo e la gente andò su di giri e Fab 5 Freddy, strizzando probabilmente l'occhio ad Haring, promosse altre serate del genere a Manhattan. Ringalluzzito dalla faccenda, Bambaataa si mise a lavorare ad un nuovo pezzo con la neonata Tommy Boy, che l'anno successivo avrebbe sancito il punto di non ritorno nella storia dell'Hip-Hop: Planet Rock.

lunedì 22 dicembre 2014

«How to Build a Scene Vol. 2»: è ora di farlo in #Communia

8 anni fa, dove oggi macina soldi Eataly, si frullavano passi di breakdance. Quando giunsi a Roma con l'obiettivo di spaccare tutto, il punto d'incontro della scena era infatti l'Air Terminal, l'ala periferica della stazione Ostiense, cattedrale della speculazione edilizia dei mondiali di Italia 90. Là dentro, lontano da ogni riflettore, prendemmo ad organizzare un evento chiamato SPQR Underground, un contest di breakdance 1vs1 completamente autogestito dove il vincitore raggranellava i soldi delle iscrizioni e, insieme al secondo e al terzo classificato, componeva la giuria dell'edizione successiva. Ricordo un'edizione con più di cento persone, con una grande partecipazione della scena napoletana. YouTube era appena nato e spulciando nella rete sono sicuro troverete qualche contributo. Ad ogni modo, sul finire del primo decennio 2000, l'Air Terminal chiuse improvvisamente i battenti. Da allora, diaspora: la scena romana non ha più avuto uno spazio di riferimento fisso.

Lo scorso 29 Novembre, presso lo spazio di mutuo soccorso Communia, con Urban Force abbiamo deciso di riportare in vita l'SPQR. Circa 16 b-boy (e ahimè nessuna b-girl) si sono dati battaglia per contendersi il titolo più underground di Roma. Dai 15 ai 30 anni, il battle ha visto scontrarsi generazioni e approcci diversi, portando al primo posto del podio Jordi (Free Stepz), seguito da Plasm e Side, che - come da regola - avranno l'onere e l'onore di organizzare e giudicare la prossima edizione.

Questo 29N ha sancito anche il ritorno di «How to Build a Scene», il percorso di incontro e autorganizzazione della scena romana di street dance intrapreso ad ottobre al Raw Muzzlez Anniversary, e di cui potete leggere un report qui. Per oltre 2 ore, circa una quarantina di persone sono rimaste letteralmente incollate sul tappeto a scacchi per raccontare e raccontarsi la propria esperienza della "scena". Insieme allo zoccolo duro del breaking romano, c'era anche Serio, b-boy e dj storico della capitale, e gli esponenti di Califostia Underground, un progetto hip hop di riappropriazione della strada che coinvolge street dancer di molteplici stili. Quello che segue è il report di questo denso incontro, che non riflette l'andamento cronologico della discussione, ma tenta piuttosto di tirarne le somme, favorirne le future ramificazioni e, nel finale, rilanciare un nuovo incontro.    

giovedì 24 luglio 2014

Di come Urban Force si incontrò a Hip Hop Connection


Nel gruppo c'era un tipo che tirava qualche Thomas, un ragazzino che saltava sulla mano e una manciata di altri pischelli, più o meno volenterosi. Servivano powermove e clash, ed entrammo in gioco noi. Nacque la seconda generazione Urban Force.

Un passo indietro. Nell'agosto 2004 ero a Pesaro per partecipare ad un contest che avevo scoperto due anni prima: l'Hip Hop Connection (HHC). Un'altro passo indietro. Nell'agosto 2002, incontrai un ometto stempiato intento a provare dei ninetees lungo una traversa del lungomare pesarese. Diceva di avere 28 anni, ma aveva i 'quaranta' nel sangue, ed era un allievo di Carlo Dc Ace, uno storico b-boy della old school che rivaleggiava con personaggi del calibro di Next One e Crash Kid. La sua mossa preferita, che era poi la favorita del suo maestro e sarebbe diventata anche la mia, era la "corona". Conosciuta oltreoceano col nome di halo (aureola), questa mossa prevede la rotazione del corpo attorno alla circonferenza testa, grazie alla spinta coordinata di mani e gambe, giro dopo giro. La corona è una variante sghemba del giro sulla testa, una rotazione su di un asse obliquo quanto precario: dovevo impararla. L'estate 2002 fu l'estate della corona e a settembre ingranai i primi giri. Da quell'anno in poi, frequentai assiduamente HHC e strinsi una solida amicizia con l'omino delle corone e il suo compare più smilzo, Monsa e Ippo (Zinko), che insieme a Chrystelle organizzavano l'evento.

domenica 22 giugno 2014

Negoziare il lutto: in memoria di Alessio Spitfire, Magnimel Crew e Crash Kid

Si dice che l'elaborazione di un lutto segua cinque fasi: negazione, rabbia, depressione, negoziazione, ed infine, accettazione. Ma si può davvero "elaborare" un lutto? Del tipo: elaboro un impasto di farina e sforno una pizza, elaboro un calcolo e visualizzo il risultato? Purtroppo no. Quando spartisci con la morte, torni sempre a casa con gli spicci. Il resto è endemico, la consolazione è nomade. Per chi vive, la morte è inevitabile: per chi muore, la morte uccide la morte. E allora sì, e solo in quel caso, l'elaborazione è un gioco a somma zero. zero = zero.

Per noialtri che restiamo, si tratta di gestire questi spicci affinché non si accumulino e diventino schiaccianti macigni. Qualcheduno li raccoglie nel salvadanaio della fede, pensando che un giorno essi saranno il cambiavalute della vita eterna, mentre qualcun altro li scioglie e li spalma su tutto il corpo come olio abbronzante, pensando di raggiungere l'equilibrio terreno. Purtroppo no, sta roba non regge. Dio non esiste e tutti videogame prima o poi crashano.

domenica 9 febbraio 2014

Deframmentare il Sé: note da New York (Vol.1)


«San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.»
Nostra Signora dei Turchi 
Carmelo Bene
***

Frequento la maldestrezza da un paio di settimane: qui, nella città che non dorme mai.
Si planava raggianti. La vista lattea, al cospetto di una Costa Est in cui infuriava il bianco. Massicciate di bianco. Pozze di bianco. Grumi. L'atterraggio è questo zoom in avanti sul googlemaps dell'irreale. Fino allo screzio del pneumatico e il rollio verso la misura d'uomo. Il freddo che schianta i polmoni, il fetore ammaliante di glucosio e carne affumicata, i fantasmi, a sciami, dall'atterraggio di sette anni prima. Eccomi capitolare a New York, impreparato.

Quello di Brooklyn, è un risveglio al colesterolo tostato. Una, due, sette fermate: il riflusso di zucchero a velo non ti molla sino a Manhattan: il formicaio. Mi riscopro maldestro nel coordinare l'estrazione del biglietto con la rimozione dei guanti e il varco del tornello, mentre in balia della moltitudine non mi accorgo che la temperatura implode a - 11 gradi. Leggo, ballo, ascolto: maldestramente.

 

Quando si viaggia, bisogna farlo in maniera radicale. La prima cosa da fare è perdersi. E non intendo semplicemente perdere la strada, bensì perderSè-stessi, a partire dal nome. Ad esempio qui non esiste più "Giuseppe", bensì Jussìpi. Io-non-esisto, e non è un eufemismo. Pare che il nostro senso del Sé, la nostra coscienza, sia emersa grazie all'auto-stimolazione vocale che i primi esemplari di Homo Sapiens svolgevano nei momenti di solitudine. Parlando a Sé stessi, i primitivi permisero il collegamento fra aree del cervello non predisposte a comunicare dall'evoluzione biologica. Il linguaggio duqnue non serve solo a creare ragnatele verso l'esterno, ma anche a tessere la nostra mente. Rinnegare un nome o un'intera lingua, significa letteralmente deframmentare il nostro Sé. Ecco perchè quando ballo, passando dal pensiero-parola al pensiero-corpo, il mio Io non è più Io: si degrada.

sabato 25 maggio 2013

"Ghetto Blaster": appunti su Isola nel Kantiere e Hip Hop Italiano

Da circa un anno sto raccogliendo info sulle origini della scena hip hop italiana per scrivere un libro. Fra le storie che stanno tessendo l'identità di questo libro, la più interessante è quella intorno all'occupazione de L'Isola nel Kantiere nel 1988 a Bologna. Conosciuta come la palestra da cui naquero i Sangue Misto, l'Isola è stato anche l'utero per la nascita di altre discipline della cultura Hip Hop, fra cui il breaking. Ecco alcuni appunti sullo "stato dell'arte" della mia ricerca: 
***
Aggiornamento: grazie ad alcune pronte segnalazioni di Dee Mo tramite Twitter, ho apportato alcune modifiche al post. Come mi aspettavo, il cammino è in salita, ma almeno sono in compagnia ;-)

Bologna, 1988. Da ormai 2 anni i lavori per la ristrutturazione del teatro Arena del Sole, nel cuore della città, sembrano aver raggiunto un punto morto. La piazzetta di San Giuseppe, sul retro del teatro, è una piazza fantasma, frequentata dai tossici sotto la supervisione di un immota e gigantesca gru. Oltre al cantiere, voci testimoniano di numerosi locali sfitti fra via Avesella e via Minzoni. La nostra storia parte da qui, quando sul finire dell'estate, un gruppo di giovani attivisti decide di occupare una casetta al n.8 di piazza San Giuseppe. Il gruppo, composto da attivisti per i diritti della casa ed esponenti del punk bolognese, tenta di far breccia dal piano terra. Dopo l'apertura di una serranda, si trova di fronte ad un muro, lo abbatte. Quello che trova è uno scenario a dir poco sorprendente: uno spazio enorme quanto abbandonato nel cuore del centro cittadino. Una vera e propria Isola [felice] nel Kantiere disabitato. Punk e movimentisti non vanno prettamente d'accordo: gli uni puntano ad organizzare concerti, gli altri ad occupare e insediarsi. Il pretesto per unire le divergenze viene dalla Biennale dei Giovani Artisti d'Europa e del Mediterraneo organizzata dal comune di Bologna fra il 12 e il 21 dicembre dell'88.

lunedì 29 aprile 2013

Hip Hop Connection 2014: intervista a Monsa e Chrystelle

La notizia è del mese scorso: hanno sradicato un pezzo di storia dell'hip hop italiano. Hip Hop Connection (HHC), il più grande e longevo evento di breaking italiano, emigra forzatamente da Pesaro e Bologna. Destino coatto, quello di un evento che arriva alla sua 13^ edizione letteralmente in ginocchio. HHC è stato un decennio di sfide internazionali, scorribande in spiaggia, cerchi notturni e feste sino all'alba. Ha portato con continuità le prime crew internazionali in Italia e svezzato due generazioni di bboy e bgirl all'insegna della competizione e del divertimento. Ora questa eredità rischia di sparire e il mugugno nostalgico prende il posto della gratitudine."Ma che centra HHC a Bologna? Non è la stessa cosa!" - è il coro della scena italiana che minaccia di affossare ulteriormente i già raffreddati animi degli organizzatori.
Ho deciso di contattare Chrystelle e Monsa, fondatori e capibastioni dell'evento, per farci raccontare "l'arte della manutenzione" di HHC, ed offrirci una testimonianza più complessa e storicizzata sull'organizzazione di eventi hip hop in Italia. Facciamone tesoro.

***

Domanda secca: perchè HHC lascia Pesaro?

Chrystelle: Perché nessun assessore, nessun sindaco, nessun presidente della provincia, nessun politico ha capito il valore artistico, sociale, economico e turistico di HHC Arena e la potenzialità di sviluppo considerevole che poteva avere se fosse stato sostenuto al pari della qualità dello spettacolo che portava a Pesaro. Purtroppo non c’è solo Pesaro a non capire niente....datemi dei nomi di città che sostengono veramente un evento di breakdance in Italia, un assessore che si è mai veramente interessato a un evento di breaking? A volte la cecità dei politici mi crea una grandissima rabbia.

mercoledì 17 aprile 2013

Italy Circle Industry 2013 | Reportage

Aghi nelle tempie, caviglia che reclama riposo, lingua d'asfalto che ti accompagna da 6 ore: albeggia. Roma/Milano andata e ritorno. Cinque caffè nel sangue, tre magliette sudate nello zaino; "l'odore del cerchio" (chiamiamolo così) imbratterà la macchina per giorni. All'andata dovevamo parlare di filosofia, coscienza, teoria delle stringhe, ma rimandiamo tutto al ritorno, alla discrezione severa delle stelle.

Milano, Circle Industry - European Selection 2013. Arrivo alle 16.00 e quella colonia di bboy e bgirl sembra insediata lì da giorni. Di cypher ne conto almeno 4, ma delle volte se ne formano di più. Due consolle, dentro e fuori. Incrocio subito Gracy (Fusion Rockers, Spagna) e Intact (Ruffneck Attack, Ucraina), i due giudici del battle insieme a Jamal (Predatorz, Russia), che prendono confidenza col pavimento. Saluto gli organizzatori Flavio, GemePhilgood che saettano in tutte le direzioni come sinapsi impazzite. Più tardi scoprirò che ci sono stati numerosi problemi logistici e tecnici ma nessuno se ne accorge. Per la prima volta dopo anni, i breaker italiani sono concentrati sui cerchi, li riempiono, si lasciano trasportare. Alle 18.00 ci sono ben 90 coppie iscritte al 2vs2 che decreterà il rappresentante italiano alla finale internazionale. Numeri da capogiro anche per l'IBE.

Tramonto. Le selezioni sono interminabili: impossibile guardarle tutte. Balliamo quasi per primi, poi un gap di circa 3 ore dove - non smetterò mai di ripeterlo - i cerchi continuano a mescolarsi, brillare, sciogliersi e dividersi. Stomaco vuoto, bisogno di acqua: panini a 3 euro e il rubinetto del bagno, ci mettono la cosìdetta "pezza". It's battle time! Concentrarsi sulle sfide.


venerdì 18 gennaio 2013

Gli "Amici" della Breakdance: Lettera aperta a b-girl/b-boy italian*


[AGGIORNAMENTO del 27/02/2014: Negli ultimi mesi Amici ha intrapreso una rocambolesca relazione amorosa con l'Hip Hop underground italiano, coinvolgendo personaggi noti nell'ambiente come il rapper/produttore Mastafive, ed esponenti del breaking come Anthony, Japo e per ultima la crew Knéf di Napoli. Non solo: Amici ha intrapreso un'operazione di "approfondimento" (e quindi di narrazione) della cultura Hip Hop, tentando di canalizzare il malumore e il dissenso che circola nella rete e nei circuiti sotterranei

Questa sQuola della precarietà televisiva, ha organizzato e mandato in onda una sorta di lezione/confronto sulla cultura Hip Hop. Il risultato è stato culturalmente disastroso: contraddizioni, esitazioni, panzane. Dando in apparenza "libertà di parola" ai ragazzi (l'incontro è stato proposto da uno dei  breaker durante un "fuorionda"), lo staff di Amici ne ha sapientemente messo in evidenza i deficit culturali e promosso i valori più monetizzabili. Mentre il video incriminato circola in rete, molti commenti si abbattono sulla presunta "ignoranza" dei partecipanti alla tele-lezione. Invece che indirizzare le colpe, non potremmo concentrarci sulla provenienza dei colpi? 

E' sufficiente analizzare la disposizione dei "personaggi" per determinarne le relazioni sbilanciate di potere. I ragazzi e le ragazze siedono raggruppati in un divano, indossando ridicole tutine gialle, mentre il supposto-essere "tutor culturale", è un adulto in abiti sobriamente casual, che siede alle spalle di una schiera di libri. Oltre al vantaggio "scenografico", ne ha un'altro ben più palese: controlla un televisore grazie al quale mostra in risposta o in anticipo rispetto alle parole dei ragazzi/e, dei videoclip che parlano al posto suo, parlano da soli. La video-scaletta è già programmata: il programma sa dove andrà a parare, mentre i ragazzi/e no. A loro è data una ridicola lavagnetta, dove il breaker proponente l'incontro, ha scritto la parola "rivoluzione" a cui non sa dare un significato univoco. Di contro, il conduttore dice di essere "un frequentatore dell'Hip Hop", distanziandosi ulteriormente dalla cricca del divano, e promuovendo un punto di vista meno emotivo, più sobrio (come il suo abbigliamento). La sua tesi è la seguente: l'underground è "militante" e "minoranza" (termini usati in senso negativo!), oltre che "integralista", perchè non accetta di invischiarsi col "commerciale" (termine "fuzzy" usato per accomunare Sangue Misto, gruppo anni '90 proveniente dalla realtà militante di Bologna, con Moreno, un rapper proveniente dalla realtà miLLantante di canale 5)

Così, quando Japo dice la cosa più sacrosanta del mondo ("Vengo dalla strada"), essa suona automaticamente retorica, giovanilista, ridicola. Questo perchè un format influisce non solo sulla potenza delle argomentazioni ma anche sulle modalità interpretative dello spettatore (aka sulla sua ermeneutica). Nel caso di Amici, la strategia è ferrea: chi pratica una disciplina dovrebbe saper "comunicare" ad un pubblico di massa e non di nicchia. Se non riesce a farlo, c'è bisogno di qualcuno (sempre Amici) che gli elargisca, a seguito di numerose e spettacolari sfide e tele-voti, gli strumenti per farlo. E' un misto di retorica neo-colonialista e filosofia Crociana: se non sai esprimerti (nei termini che Io, soggetto maggioritario, impongo) tu non sai veramente chi sei e cosa fai. Più tenti di esprimerti (con i linguaggi a te più vicini e congeniali), più dimostri la tua inadeguatezza (nel contesto che Io ho creato, da me e per me). Così Io (Amici), non solo ho la possibilità, ma ho il dovere di istruirti (cioè di instaurare una relazione sbilanciata di dominio e quindi aumentare, anzichè diminuire, la distanza "culturale" che ci separa). Amici è anche questo, con una marcia in più: attraverso il tele-voto (e l'hashtag #Amici13) offre l'illusione, ai singoli "ignoranti", di ricoprire una posizione di potere. Ma è sempre Amici che elargisce gli strumenti per interpretare la realtà televisiva, ergo: è come offrire un piatto di spaghetti ad un affamato e dire: "puoi mangiarne quanto vuoi, a patto che usi la...cannuccia!" (o come direbbe Dj Gruff: "E' come se uno dopo aver cagato, si pulisce con la mano, e con quella cazzo di mano volesse stringere la mia, giustificandosi del fatto che di questi tempi non si trova carta igienica").

Ora: cosa succede se utilizziamo gli stessi strumenti della nostra dominazione per promuovere strategie di libertà? E se usassimo l'hashtag #Amici13 per diffondere e mostrare il "lato oscuro", subdolo e cafone di questa trasmissione? ;-) ]


***
 
Apro il 2013 con questa lettera rivolta a chi vive e segue le vicende della comunità di Breaking italiana. Non mi rivolgo strettamente a b-girl/b-boy, ma anche al così detto "pubblico" dei contest, o ai fan della disciplina e soprattutto a chi si è affacciato da poco alla "scena" e percepisce le prime contraddizioni tra il fuori e il dentro.

"Lo sai che io non sono amico di maria
e tengo fuori a forza venditori porta a porta
dalla vita mia"
Danno, Accannace

Amici,
da quand'è che siamo diventati amici io e te? Da quando abbiamo incrociato lo sguardo per la prima volta all'allenamento? Dai tempi del corso di breakdance o addirittura dai tempi della strada? O quella volta che ci siamo sfidati, puntando tutto sugli ultimi 5 euro nel portafogli? Siamo amici perchè sono settimane, mesi, anni che ci incrociamo agli eventi ignorando la vita dell'altro? Allora siamo una comunità di ignoranti, strictu sensu. Oppure no, siamo amici proprio perchè nella sfida ci prendiamo per quello che siamo realmente, ci confrontiamo su un piano talmente intimo che a scuola, a lavoro, a casa, nessuno conosce quell'aspetto di noi. E siamo ancora amici quando ci insultiamo su internet per un video commentato a la cazzo, per "la kultura Hiphop", o perchè "L'Italia fa schifo"? Forse la nostra amicizia si regge solo attraverso un mezzo (il breaking, internet, il contest), ma tolto il mezzo che rimane? Cosa fa quella b-girl quando torna a casa? A cosa pensa prima di addormentarsi? Studia ancora o è in cerca di un lavoro? Che ne pensa dello Stato, della famiglia, dell'odio, di me, della vita? Gli amici di solito si confrontano su queste cose.

giovedì 29 novembre 2012

Writing e decoro urbano: VandaLi o VandaQui?

Cover in omaggio a Gojo, per aver segnalato il sito in questione.
Quando il mio amico Poe viene a Roma, rimane ore a fotografare i graffiti nella metro B. "Mi fanno tornare agli anni 80, a quando ero un kid". Insomma, c'è questo sito di onanisti del lamento perpetuo, che svolge capillari campagne per il la salvezza e il decoro urbano di Roma. Sito che non linkerò per decenza e perchè non voglio contribuirne la visibilità. Tuttavia l'errore l'ho fatto, ed è stato quello di postare un commento riguardo alla loro campagna d'odio contro i "vandali" che sbombolettano i muri della città aka writers.  Le soluzioni proposte da questi militanti del garbo, sono chiare: "prenderli tutti a randellate sui denti!!!" o "Le bombolette spray vanno messe fuori legge. Punto". Stiamo davvero agli anni 80, ideologicamente parlando. Copio di seguito il mio commento, invitando ad elaborare una discussione complessa sul frame "writing & decoro urbano", qui su nexusmoves. See ya!

martedì 27 novembre 2012

Perchè Jovanotti non è il primo rapper italiano?


"Italy's first rapper moves to home of hip hop", così titola il BBC News Magazine. Così abboccano tutti. Parte il video: un Jovanotti barbuto, maccheroneggia nella grande mela. Dice che l'hanno ispirato i Beastie Boys (pace all'anima loro!), ma si guarda bene dal dire "Io sono il primo rapper italiano". E allora com'è? Com'è che tutti pensano il contrario?

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