sabato 18 aprile 2009

G o m o r r a


Quando un buon film come questo viene tratto da un best-seller di successo come lo è Gomorra di Roberto Saviano, il confronto con il testo letterario sembra d’obbligo. Sembra ma non lo è. Sceglieremo una strada diversa, quella delle immagini e non quella delle parole. Matteo Garrone (Grand Prix a Cannes con questo film) prima di dedicarsi completamente all’attività cinematografica, è stato infatti un giovane pittore. E Gomorra, quello al cinema, procede per impasti di colore. Le parole non sono letterarie, ma onomatopeiche, e non servono per descrivere ciò che con gli occhi vediamo benissimo. Quella è una vita che ci sconvolge. La brutalità apparente dei contenuti, è messa nell’inquadratura con formalità estrema: pittorica, appunto. Eppure eravamo abituati a vedere sul grande schermo tante belle storie di mafiosi e mafiosetti italoamericani finite male. Cosa succede con Gomorra? Come mai le pennellate di Garrone ci pungono come lame arroventate?

Perché stavolta lo sguardo del camorrista, è anche il nostro. Vedendo il film non ce la sentiamo di dire: “Quello è un mafioso, farà la fine che si merita”. Partecipiamo alle bravate di Marco e Pisellì, come alle visite di Don Ciro, con la stessa angoscia di essere coinvolti in un Sistema che non lascia scampo. In questo senso, la macchina da presa marca stretto i suoi personaggi e timidamente fa capolino dalle colonne di cemento del rione Scampìa. Così la scelta del giovane Totò di entrare nella banda, diventa un’imposizione: “ vediamo è finito: o si o no!”. Morte o morte: in ogni caso. Dobbiamo solo capire di chi.

Il film insiste sui tratti e sui colori. Le rughe imbonitrici di Toni Servillo come i solchi della terra avvelenata dalla sua “monnezza”; le cicatrici agrodolci di Pasquale come le cuciture dei suoi abiti che mai rivedrà (o quasi). Come per Truffaut il sangue nel cinema era una macchia di rosso, così per Garrone è una tempera drammatica. Il sangue non scorre: esplode. Il “bang” della morte arriva improvviso e ci facciamo l’abitudine sin dall’avvio della storia. L’omicidio a sangue freddo si consuma in un’inquadratura “a caldo”: il nostro punto di vista privilegiato anticipa sempre di un attimo quello della vittima. Un grottesco action painting è ciò che resta dopo ogni attentato.
Lo sguardo si chiude su una spiaggia dal tramonto turchese. Vediamo ma non possiamo far nulla. Dopo aver letto Gomorra potremo dire: “Io so”. Dopo averlo visto diremo: ”Io immagino”.


A proposito del libro Gomorra e del recente terremoto in Abruzzo, leggetevi questo brevissimo articolo di Marco Travaglio.

martedì 7 aprile 2009

Ponyo sulla scogliera

La qualità di un sushi deriva dal taglio degli ingredienti, non dalla loro cottura. Per gustare un ottimo prodotto occorre rivolgersi ad un maestro. Lo stesso vale per il cinema.

Hayao Miyazaki (Leone d’oro alla carriera nel 2005) è lo chef del crudo, di quelle immagini scontornate in nero, disegnate a mano. Con Ponyo sulla Scogliera, la sua ricetta punta ulteriormente all’essenziale. Una storia asciutta e mai insipida, imbevuta di situazione quotidiane ma succose, che fanno divertire i bambini e sorridere gli adulti. Dopo aver popolato i cieli con navi volanti (Porco Rosso, Laputa, Il Castello errante di Howl), questa volta Miyazaki immerge la sua fantasia negli abissi oceanici. Il mare ci appare viscoso, come una massa lavica, pronta al taglio e brulicante di creature emergenti. È un mare d’acqua dolce e anche durante la tempesta, le onde conservano i tratti di un cremoso zucchero filato da cavalcare spensierati. Tuttavia, in questo idillio marino, Ponyo non riesce a mescolarsi, rimanendo sospesa fra bolle d’aria e secchi di plastica.

Miyazaki, semplicemente, racconta e disegna un cammino di integrazione senza impostare il classico conflitto fra bene e male. I personaggi sono tutti essenzialmente buoni. Nell’universo di Ponyo “è tutto perfetto” – come ripete il suo compagno d’avventure Sosuke. Il conflitto quando c’è, è interiore. Si manifesta nelle disinvolte metamorfosi di Ponyo a scapito della sostanziale immobilità di tutti gli altri personaggi. Caso esemplare sono i due uomini della storia (lo stregone Fujimoto e il marinaio Koichi). Li vedremo agire solo a sprazzi, come segnali morse: entrambi senza mai essere chiamati “papà” dai rispettivi figli.

Ma l’abbiamo detto, Miyazaki ora più che mai, vuole condire “a crudo” e scioglie la vicenda senza drammi troppo pepati come già fatto in passato (Il Castello di Cagliostro, Principessa Mononoke). Anche lo tsunami provocato dalla magia di Ponyo, invece che catastrofe, diviene un’occasione per guardare il mondo sotto un’altra prospettiva e accettarne le ambiguità. Per un momento il cielo condivide la stessa sostanza del mare: aeroplani e navi si sovrappongono. Il gusto sottile di Ponyo sulla scogliera solletica il palato dei fan di Miyazaki ma rimane forse troppo sciapo ad un pubblico più eterogeneo.

martedì 31 marzo 2009

G r a n T o r i n o


Vado al cinema con mamma. È una grigia domenica pomeriggio qui a Terni. Il pubblico di mezza età sfrigola commenti, ma io sono al sicuro, con la testa appoggiata alla sua spalla.


“Sai almeno contare?” – domanda con ieratica ironia il vecchio Walt Kowalski al giovane imbranato Thao. Ha tentato di rubare la sua adorata Ford Gran Torino del ’72 e ora deve rimediare aiutandolo in casa. Presto il suo cinismo rugoso si scioglierà. Possibile che si senta più vicino a dei “musi gialli” che ai propri figli? La guerra ha reso Walt un estraneo. L’acerbo padre Janovich gli offre parole di salvazione. Walt le accartoccia come lattine di birra vuote, ma forse ne assorbe le esalazioni. Se la vita continua dopo la morte, la morte può iniziare anche prima che finisca la vita? Clint Eastwood ci confessa di si.

domenica 29 marzo 2009

f o o D w o r k 2

Ho speso un po di soldini per rifarmi il pc. Ora fooDwork può ripartire!
Gustatevi questa seconda puntata dedicata al cypher.



Nel 1972 alcuni ragazzi capeggiati dall’appena diciannovenne Kool Herc, si riunivano prima in casa poi in strada in quel fenomeno “big bang” che darà vita al movimento Hip Hop: il block party. In questo humus creativo erano in gestazione tutte le discipline collegate al fattore musicale: dj’ing, mc’ing e breaking. Quest’ultima, prendeva piede in maniera del tutto spontanea, esplodeva alla ripetizione dei “breaks” di Herc: loop di percussioni, pubblico in delirio. Semplice, come la geometria di un cerchio.

E dal cerchio, come luogo geometrico si passa al cypher come luogo plurisignificante. Nel cypher si condensano come un ossimoro due funzioni: quella sociale e quella estetica, quella d’aggregazione e quella d’espressione, stomaco e cuore, vita e arte a cui già altri movimenti e teorie artistiche volgevano lo sguardo (penso a Fluxus e gli happening). Il cypher, weltanschauung della danza hip hop, supera le precedenti ideologie dell’arte proprio per la sua natura spontanea e non accademica. Il Bronx, “pop-discarica” della bella Manhattan, è l’habitat naturale dei teenagers afroa-latino-americani, i quali, reinterpretano antichi riti collettivi della propria cultura d’origine in chiave del tutto originale. Lo fanno, senza teorizzazioni a priori e formalmente condizionati dai modelli mediatici che in quel tempo si chiamavano James Brown o Bruce Lee: icone rappresentate poi sull’asfalto.

Così il cypher si auto-coagula in un “qui ed ora”. Fisicamente rimane il cerchio, che delimita, tuttavia senza marcarlo mai, il confine fra spazio estetico e spazio sociale (la cui unione potrebbe chiamarsi “spazio hip hop”). Le persone, attori-spettatori, sono i globuli rossi di questo organismo: insieme formano un flusso, singolarmente sono portatori di vita. E la propria esperienza di vita si materializza in uno stile (per chi balla) e in gesti, grida, espressioni (per chi osserva). Ma nel cerchio ogni ruolo è intercambiabile, e come in un ipertesto, un elemento può essere contemporaneamente un testo e un link, un significato e un significante. E non finisce qui, perché come un incenso spirituale, troviamo la musica, arte maestosa e ambigua, che aggiunge un altro moto al sistema. Il dj, quello Hip Hop, è il demiurgo delle selezioni: da un insieme finito di breaks crea un sistema infinito di choc, che come un’onda d’urto si diffondono fra la gente. Dal vinile al Serato, l’inconfondibile presenza della macchina-oggetto è stata l’interfaccia del dj, sciamano urbano, tecnocrate dell’istinto.

Non c’è giudizio che tenga, si procede per emozioni e il cerchio si allarga o si stringe come muore o cresce una colonia d’insetti. Si noti bene la proporzione: stringe/allarga = cresce/muore. Quando il cerchio si fa piccolo e si sgomita per entrare, è segno che il limite fra chi guarda e chi balla, vacilla. Paradossalmente, il miglior cerchio, sarebbe il non-cerchio: "Spazio Hip Hop" assoluto.

In questa continua alchimia, il termine “ballare” può sembrare riduttivo ma è importante notare che dietro a questo fenomeno c’è una pratica quotidiana. Ho detto pratica come sono pratici e pragmatici gli ostacoli della vita. In questa pratica giornaliera al breaking, i b-boy parlano sempre di “allenamento” e mai di “studio”. La tecnica, che esiste e va interiorizzata alla perfezione, è il passaporto formale per lasciarsi andare una volta entrati nel cerchio. Siamo di fronte ad una disciplina del corpo che pone dei “muri tecnici” non come ostacoli bensì come punti di riferimento per riflettere le onde radar della nostra espressione. Il cypher è veramente una reinterpretazione contemporanea del cerchio rituale delle tribù africane, proprio integrando una forma a priori (la preparazione del rituale nelle tribù, imparare la tecnica nei b-boy) con un effetto a posteriori (l’aiuto della divinità, l’espressione personale condivisa).

Quando il cerchio si spegne, probabilmente portiamo a casa una t-shirt sudata e un ricordo da sfogliare come una raccolta: ogni entrata è stata una poesia, un componimento libero; un riflesso di ciò che eravamo, un oracolo per ciò che saremo.

mercoledì 18 marzo 2009

W a t c h m e n


"Il comico è morto” –L’irriverenza del supereroe di fronte ai mali della società è ormai un ricordo, un’istantanea. Watchmen si sfoglia più come un album fotografico piuttosto che come il fumetto di Alan Moore. La misteriosa uccisione di un supereroe innesca la reazione dei suoi ex-compagni di lotta, ora divisi fra clandestinità e servizio statale.

E’ l’occhio fotografico degli snapshot scattati ai protagonisti che attesta la verosimiglianza di una storia americana popolata di vigilanti mascherati, ma che irrimediabilmente guarda al passato. Un passato vergognoso, decifrabile solo attraverso il flusso di ricordi innescato proprio dalle foto. Il presente è una scolatura che solca le rughe dei volti in primo piano, bagnando indistintamente giusti e ingiusti, come la pioggia incessante della prima parte.

Coccolati da una colonna sonora retrò e ormai disillusi, gli eroi si ri-specchiano in due dimensioni: quella dell’estrema razionalità, del plausibile, dell’efficacia e quella dell’estrema animalità, del compromesso-zero, dell’erotismo. Dr. Manhattan, Veidt e il Comico da un lato; Il Gufo, Rorschach e Spettro di Seta dall’altro. Per salvare l’umanità non basta guardare, occorre guardarsi.
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