domenica 10 marzo 2024

Sayounara Toriyama-san. Perché Dragon Ball mi ha insegnato a vivere l'hip-hop



L'immagine del primo numero di Dragon Ball che strinsi fra le mani ha lasciato un solco indelebile nella mia memoria. Era il 1996, avevo 12 anni e si trattava del mitico n. 39, l'albo dove Goku si trasformava per la prima volta nell'ossigenato Super Saiyan nel culmine della battaglia col mefistofelico Freezer. Ad allungarmi l'albo era stato Filippo, il proverbiale "amichetto delle medie". Uno che fino al giorno prima era tale e quale a te, ma che il giorno dopo entrava in classe trasformato in pre-adolescente, col ghigno beffardo di chi ormai la sapeva più lunga di te perché aveva scoperto questo fumetto che - «guarda che ganzo!». Ganzo e conturbante, non solo perché si leggeva da destra a sinistra, ma perché andava a ripescare un vecchio cartone - «te lo ricordi?» - dove un ragazzino dalla coda di scimmia  - «dove? quando?» - girava il mondo alla ricerca delle mitiche sfere del drago. Le sfere del drago, la coda e il bastone allungabile, le capsule, il maestro tartaruga e... il "pussy slap", quando il piccolo Goku tamburellava ingenuamente fra le gambe di quella ragazza e sfilandole le mutandine si accorgeva che... le manca qualcosa (!!!).   


Ci vollero giorni affinché questa scena primaria tornasse a galla, e alcune ricerche per scoprire che quel cartone animato giapponese l'avevo visto pochi anni prima su Junior Tv, il canale interregionale di tv ragazzi che trasmise la prima parte della serie animata di Dragon Ball senza censure e con la sigla originale nel lontano 1989 (e ancora nel 1991) su iniziativa di una intraprendente società di distribuzione italo-giapponese. Molto prima del flop delle videocassette di Dragon Ball GT (1996) e del  grande boom dell'edizione trasmessa in forma completa su Italia 1 dal 2001 in poi. 

Così, oltre ad acquistare regolarmente gli albi di Dragon Ball fino all'ultimo numero del 1997, recuperai a singhiozzi quelli precedenti, ricostruendo le vicende che portarono il Goku bambino a crescere, sposarsi, figliare e trasformarsi nel guerriero più invincibile dell'universo. La lettura di Dragon Ball coincise con l'iniziazione al mondo dell'hip-hop, nonché alla trasformazione da bambino con la zazzera ad adolescente coi capelli dritti a la Super Saiyan.

Il manga di Dragon Ball è stato senza dubbio il mio romanzo di formazione. Oltre alla spettacolarità dei disegni, diametralmente opposti a quelli di Erik Larsen per l'Uomo Ragno (che pur leggiucchiavo), il primo, forte scossone me lo diede l'idea che un "cartone" potesse crescere ed evolvere. Di li la curiosità, come in un affresco noir, di ricostruire le tappe di questo mutamento fisiologico e con lui le coordinate del vasto universo di antagonisti che non scomparivano una volta sconfitti, ma diventavano comprimari, alleati e insieme eterni rivali di Goku. Il caso più noto è quello di Vegeta, che senza riuscire mai a battere Goku in uno scontro diretto, riesce sempre a livellarsi al suo antagonista e trainare il resto della banda a superare costantemente i propri limiti. Un vero e proprio stile di vita che si cementifica quando nella saga di Cell Goku e suo figlio Gohan compiono il primo ritiro di allenamento nella famigerata stanza dello spirito e del tempo, un microuniverso a 10G, dove un anno di permanenza al suo interno corrisponde a un'ora sulla Terra. Un'altra tavola di Toryiama che resta indelebile nella mia memoria è quella di padre e figlio che escono dalla stanza in versione Super Saiyan apparentemente calmi e rilassati, ma in realtà irrimediabilmente evoluti, tanto che a salvare la Terra sarà l'ormai adolescente Gohan. Ma quando Goku sembra dover passare il testimone alla nuova generazione, ecco che con un repentino salto temporale Toryiama ci mostra Gohan più interessato agli studi che alle arti marziali, mentre il padre e Vegeta, in piena epoca di pace, continuano ad allenarsi con la cazzimma di due teenager del South Bronx. A loro corredo Toryiama non trascura mai del tutto il nutrito sottobosco di guerrieri decaduti che continuano a esercitarsi, lottare e sacrificarsi (anche letteralmente) per salvare la Terra dalla nuova minaccia di Majin Bu. E quando anche Goku ci rimette le penne, Toryiama lo fa allenare (e tornare) persino dall'aldilà, delineando una grande epopea dove lo scopo dell'esistenza (anche quella ultraterrena) consiste nel mettersi in discussione, lottare dentro/contro i propri limiti, travalicare mondi e orizzonti, anziché accontentarsi di accumulare trofei e abbandonarsi ai nostalgismi.   


È indubbio che io abbia riportato gli insegnamenti della saga di Toryiama nella mia vita da b-boy, avviata nel 1998. Il gruppo di "acerrimi amici" di Dragon Ball fu un modello fondamentale per immaginarmi il significato di "crew", giocato proprio sull'equilibrio fra rivalità e fratellanza, stile personale e valori comuni. La cultura dell'automiglioramento di Goku (contrapposta all'ossessione prestazionale di Vegeta) ha guidato come una stella polare questi 25 anni di allenamenti che, non è un caso, si svolgono quasi sempre in luoghi liminali richiamanti la dimensione della "stanza dello spirito e del tempo". Sottovia isolati, sale di palestra insonorizzate e garage disponibili rigorosamente di notte e situati in aree industriali o di periferia. Sebbene anch'io, nei tempi d'oro, abbia avuto la soddisfazione di vincere i miei tornei Tenkaichi, scavallati i 35 lo scopo dell'allenamento non è stato più quello di vincere la gara ma di essere pronto alla sfida: prima contro sé stessi, poi contro il migliore degli avversari possibili. Con l'arrivo dell'adultità e le responsabilità che ne derivano, massimizzare il poco tempo a disposizione per mantenere o evolvere le tecniche ideate e acquisite negli anni passati è un'attività che cerco di compiere almeno settimanalmente, come a voler riunire le sette sfere del drago, realizzare un desiderio e ricominciare tutto daccapo. 

Mentre all'inizio della mia carriera l'identificazione andava con Goku, negli anni ho rivalutato i ruoli di personaggi come Piccolo e Tenshinan (forse perché nel frattempo condividevo con loro anche il taglio di capelli!). Entrambi, all'inizio nettamente più forti di Goku, non riescono più ad avvicinarsi al livello del rivale ma continuano a migliorarsi e soprattutto ad essere presenti nel momento del bisogno, ispirando o guidando il comportamento delle nuove generazioni. Come Piccolo, che diventa il mentore di Gohan, o Tenshinhan, sempre con un occhio (dei tre) rivolto al benessere dell'amico Jiaozi. È esattamente così che vedo il mio ruolo di b-boy alla soglia dei 40 anni. 

Allo stesso tempo, quando in gioventù mi esercitavo anche 4-6 ore in un giorno, la massima di Goku - «l'allenamento non deve diventare una tortura» - mi ha permesso di amministrare le forze e prevenire infortuni gravi o sintomatologie croniche che invece hanno spinto molti miei coetanei a smollare o ridimensionare drasticamente la loro attività già prima dei fatidici 30. Connesso all'esercizio della danza, Dragon Ball ha avuto un ruolo decisivo anche nel mio rapporto con lo specchio. Sull'onda lunga dei corpi ipertrofici e inarrivabili dei vari Shwarzy e Stallone, anche Vegeta e suo figlio Trunks (guerriero tornato dal futuro per salvare il mondo da un'apocalisse androide... vi sovvien qualcosa?) cade nella trappola della massificazione muscolare, mentre Goku & son capiscono che «fortificare inutilmente il corpo» a discapito della velocità è un vicolo cieco nel cammino verso l'automiglioramento. Un precetto già presente nella filosofia hip-hop ispirata dai vari Bruce Lee e Mohammed Ali, che Toryiama rinverdisce, disegnando eroi certamente dal fisico atletico e definito, ma che preferiscono allenarsi all'aria aperta, zavorrando il proprio corpo piuttosto che usare attrezzi da palestra, parodiandone il machismo implicito di certi modelli di body building (è Majin-bu, un super-nemico color rosa dal fisico cartoonesco e curvy, a imprimere forse la più sonora batosta al macho-man Vegeta!).           

Nella mia attività di insegnante di danza e arteducatore ho avuto il grande privilegio di rielaborare gli insegnamenti di Dragon Ball con i miei allievi. Cercando di abbinare quell'ingenua, spontanea, simpatica gentilezza propria di Goku con la determinazione marziale e ascetica di Piccolo o Vegeta, ho cercato di introdurre i neofiti al breaking attraverso il principio pedagogico e politico che ci si possa rimboccare le maniche anche senza perseguire il mito del Cristo morto sulla croce o dell'American self made man. Pericolose tossine presenti sia nella cultura italiana sia in quella hip-hop, che un mondo iper-tecnologizzato ma non totalmente votato al capitalismo come quello di Dragon Ball può riuscire a mio parere ancora a debellare.     

Con la fine dell'edizione italiana del manga nell'ottobre 1997, quando Goku è ormai un nonno con l'aureola, nel 2001 la serie animata di Dragon Ball fa il vero boom su Italia 1, diventando un fenomeno di massa nazionale che plasma per due decenni l'immaginario di milioni di giovani e, a seguire, l'approccio educativo di genitori, insegnanti e artisti cresciuti in quello stesso mondo. È grazie a questo gancio generazionale che sono riuscito a connettere la mia visione dell'universo Toryiama con quella degli allievi nati negli anni 2000. Autogestione, motivazione, allegria, fratellanza, rispetto e sfida fra pari, sono tutti concetti che, raccontando la favola di Goku e soci in versione doppia h, risultano complementari alla narrazione fondativa dell'hip-hop (quella dei ragazzini che esorcizzano la violenza ballando fra le strade del Bronx), con l'aggiunta che entrambi - allievo e insegnante - hanno fatto esperienza diretta del mondo finzionale, ma non per questo meno significante, di Dragon Ball. Un mondo che poi ha continuato a espandersi e che dal 2015 aveva ripreso le avventure di "nonno" Goku con una nuova edizione scritta da Toryiama e disegnata dal suo erede mangaka Toyotaro. E che ovviamente ho iniziato a leggere con la stessa curiosità dei tempi dell'amichetto delle medie.

Quindi Dragon Ball è il migliore dei mondi possibili? Certo che no. La visione di Toryiama risente di un coté patriarcale molto forte e tipico della produzione culturale giapponese (e occidentale) dell'epoca, dove l'arco narrativo assegnato alle donne è quello di passare da "femmine folli" a madri ossessive e/o mogli coi pantaloni, come nel caso di Bulma, Kiki e C-17. Se il "maestro" della tartaruga è un anziano eremita che offre i suoi servigi in cambio di sbirciatine e palpeggiamenti verso giovani ragazze non sempre consenzienti, Goku, pur creando la propria famiglia nucleare, non ne eredita il "vizietto", rimanendo un bambino curioso bloccato allo stadio del "pussy slap" e attraverso il quale Toryiama ripropone la contro-narrazione maschile del marito-succube-della-moglie-matriarca. La nuova saga di Dragon Ball Super, alla luce dei tempi, tenta ovviamente di scardinare questi maschilismi con nuovi personaggi non-binari (come Whis) e guerrieri donne, depotenziando i protagonisti (Goku e Vegeta tornano allievi per superare i propri limiti caratteriali) e restituendo il clima di giocosa avventura delle saghe di Goku bambino, dove vecchi amici e nemici tornano a calcare il palco del mitico torneo Tenkaichi in edizione "lotta fra multiversi" (sic.). Un cambio di rotta che non elegge certo Toryiama a nuovo araldo del transfemminismo, ma che lascia uno spiragli a Dragon Ball e i suoi eredi creativi di accogliere nel proprio universo pedagogico le complessità sprigionate dalla globalizzazione di anime e manga, dando la possibilità a vecchi e nuovi personaggi, così come a grandi e piccoli fan, di non smettere mai di imparare dal bambino che e dentro di loro.

Per lo spirito e il tempo:
grazie Toryiama-san!           

lunedì 27 aprile 2020

Allarghiamo il cerchio: come danzare fra le strade della Fase 2

Mentre l’emergenza Covid-19 ha scoperchiato un vaso di pandora fatto di precarietà, disuguaglianza e vuoto politico, molte/i street dancer come noi hanno continuato a ballare in tha house, condividendo mosse, musica e knowledge sull’unico spazio d’incontro possibile: il web. Spostavamo il divano per ballare, e ci risaltavamo sopra per visualizzare, condividere, commentare e - perché no! - svolgere qualche lezione on-line per arrangiarci in qualche modo di fronte a questa inaspettata fase storica. Bene, direi. Ma non benissimo. 
Ce lo dice la nostra memoria muscolare. Durante il sonno ci agitiamo, convinti di rivivere quelle spericolate notti di festa, quando si ballava pressati l’un con l’altro e una voce gridava «Allargate il cerchio!». Un anatema per molti breaker, a proprio agio negli spazi angusti, ma anche il segnale per lanciare il giubbino a terra, disinnescare i pudori, sudare e danzare fino allo sfinimento. Destati dal sonnambulismo, ora che le misure restrittive sembrano allentarsi, "allarghiamo il cerchio" potrebbe essere lo slogan per immaginare nuove forme di ballo, festa e sfida, all’interno di una scena che deve necessariamente riaprire le porte allo spazio pubblico, ma anche abbattere le sue muraglie immaginarie verso il pubblico. Che effetti ha avuto la quarantena sulla nostra voglia di fare cerchio? Cosa ci spaventa? Ballare in sala o per strada?
La strada.
Ve la ricordate, sì?

In strada scoprimmo un nuovo modo di ballare, incontrarsi e crescere. Qualcuno c’è arrivato dopo, altri non sono più riusciti a farne a meno. Parchi, gallerie, sottovia e lastricati in marmo, in centro come in periferia, ora più che mai c’è bisogno di tornare a trasformare quei luoghi in meraviglioso campo di gioco artistico e politico. In questo siamo brave e bravi: ce l’ha insegnato la prima generazione hip-hop del Bronx, ma anche le migliaia di drag-performer, street & house dancer sparse nei luoghi di conflitto in tutto il mondo. In Iran (dove è vietato alle donne ballare in pubblico) o a Gaza (sotto alle bombe israeliane), dove fare cerchio è un atto di insubordinazione alle logiche sessiste e guerrafondaie che imporrebbero a certe persone un isolamento senza fine. Altro che “yo yo”! In quei luoghi, scegliere di ballare per strada ha innescato un movimento di rinascita collettiva, oltre che di espressione individuale.

Ballando Tehran, documentario che racconta il fenomeno delle "danze virali" scatenate in Iran dopo l'arresto di una ragazza accusata di aver «ballato su Instagram». #dancingisnotacrime
Ora, in condizioni diverse ma comuni, anche per noi è giunto il momento di allargare gli orizzonti e ripensare al senso profondo delle nostre danze. Perché se i social sono stati fin’ora il mezzo, quale sarà il fine? Se non troveremo uno scopo urgente e alternativo al puro sfoggio di stile, le nostre performance potrebbero trasformarsi in un languido canto del cigno. Ben altra cosa rispetto alla dura realtà, che ti grida «Smetti di cazzeggiare e trovati un lavoro!», ma che in questa sede, vi invito a mettere per un momento fra parentesi.
A 36 anni suonati, come b-boy, intravedo nel dramma di questa crisi l’opportunità per riscoprire insieme un nuovo senso sociale, culturale e politico del “danzare in strada”. “Sociale”, perché ci allena a rimanere uniti attraverso le diversità (risolverla nel cerchio, piuttosto che sulla tastiera, è sempre stato meglio!); “culturale”, perché è un linguaggio che si alimenta dal basso ed è orizzontale («Each one, teach one!»); “politico”, perché ci insegna a reagire a tempi e spazi imposti dall'alto (quelli del ghetto prima, quelli dell'emergenza ora). Basta una cassa stereo e un paio di sneaker: tutta la danza, non solo quella urbana, nasce così: come arte povera e di comunità. Non a caso, da due decenni si parla dei bei tempi andati della cultura di strada che mai e poi mai ritorneranno. «Bene!», rispondo ora ai nostalgici, «se non ora, quando?».
«Fare o non fare: non c'è provare!»
Mc Yoda from Star Wars crew ;-)
Sì, ma come? Le feste che erano il cuore della nostra comunità, saranno off limits per mesi, se non anni. Si potrà ballare da soli, ma non in gruppo. Il pavimento, caro ai breaker, forse rimarrà veicolo di contagio e il semplice sfiorarsi potrebbe essere considerato fuorilegge! «Fare o non fare», insegna il maestro Yoda, «non c’è provare!». Ci aspetta un futuro di regolamenti fluidi perciò occorrerà muoversi con buon senso e intelligenza sul crinale delle norme, interpretandole “creativamente” (chi vi scrive riconosce la necessità di adottare misure preventive secondo le disposizioni) per tutelare la salute di tutte e tutti, ma anche per scongiurare autoritarismi e abusi di potere. Il cerchio allargato (un circolo di persone ben distanziate che si alternano al suo interno) potrebbe essere la migliore strategia per tenersi in forma, riattivare spazi comuni e riallacciare legami. Per capire se funzionerà, bisognerà iniziare a farlo. E farlo insieme non da soli. In strada, non a casa. Perché è lì, fra gli snodi dello spazio aperto, che nascono e si nutrono le comunità. Non ballare per i social, socializza per ballare!

Riscoprire e praticare le radici sociali della danza di strada all'interno delle normative, sarà la sfida dei prossimi mesi, ma non saremo i soli. Nel mondo, esperimenti di solidarietà e cittadinanza attiva che, pur nelle norme, provano a disinnescare i meccanismi discriminanti e incoerenti delle misure emergenziali. Una serie di provvedimenti che, ricordiamolo, deve “servirci” non “asservirci”.

Srotolare il linoleum: non è la soluzione al tutto, ma un'alternativa al niente.
E come ogni “serie” che ci cattura, è normale chiedersi come andrà a finire. Purtroppo gli episodi sono ancora lunghi, e il finale, come spesso accade, lo si scrive anche in base al gradimento del pubblico. Certo, se rimarremo sul divano, la «Netflix della cultura» farà un balzo in avanti verso l’aumento delle disuguaglianze, se invece riusciremo a far danzare le strade, forse sarà l’occasione per spazzarle definitivamente via. E chissà, da una nuova scena potrebbero spalancarsi nuovi scenari.


domenica 14 agosto 2016

The Get Down (primo episodio): una storia potenziata sulla nascita dell'hip-hop




Raccontare è inevitabile. Intorno ad un fuoco, di ritorno da un viaggio, di fronte agli occhi assonnati dei bambini: l'umanità ha usato le storie per dare senso alla realtà. Per questo ogni soggetto, individuale e collettivo, ha bisogno di costruire una narrazione efficace in grado di modellare l'ammasso di eventi accumulati nel corso del tempo. Oggi più che mai, la così detta cultura hip-hop vede il riemegere di antichi relitti della memoria, navi colme di racconti e storie mai narrate fino ad ora che chiedono di essere aperte, decifrate e classificate dalla generazione "di mezzo", quella che con l'hip-hop ci è cresciuta e ora ci lavora. Una generazione digitale libera dal culto dell'io-c'ero, ma allo stesso tempo cresciuta in una mitologia urbana popolata di b-boy leggendari, dischi introvabili e "lettere base" ricopiate dai ritagli di giornale.

Una generazione che insieme alla nuova si raccoglierà attorno a The Get Down, il Wild Style degli anni 2k10. Assemblata nelle fornaci di Netflix dall'australiano Baz Luhurmann (Romeo + Juliet, Moulin Rouge!, Il grande Gatsby) la serie è ambientata nel Bronx degli anni settanta e racconta le vicende che portarono alla nascita del fenomeno hip-hop. Uscita lo scorso 12 agosto dopo oltre 1 anno di promozione, The Get Down apre il sipario con un episodio adrenalinico che supra i 90 minuti. La storia è corale, sebbene il plot ruoti attorno all'amicizia fra due adolescenti, Ezekiel "Zeke" Figuero, un futuro mc portoricano, e Shaolin Fantastic, una cintura nera di "stile" metropolitano. Entrambi figli delle politiche di abbandono del Bronx, presentata come una vera "babilonia in fiamme" per citare Jeff Chang, l'amicizia fra Zeke e Shao dischiude un mondo più complesso fatto di lotte territoriali, giri d'affari e rimpasti politici. Un approccio sfaccettato, che ci trasporta continuamente dentro e fuori la scena underground, e che al momento non celebra nessuna "leggenda" ma semmai ne ipotizza e traccia di nuove. E' il caso di Shaolin Fantastic, un misterioso eroe che indossa puma rosso fuoco e marchia New York con la firma "Shao 007". Un supereroe immaginario che condensa e potenzia i racconti di leggende del writing come Taki 183, Super Kool, Phase 2 e Lee, e viene accompagnato con ironia e gusto vintage da una regia in stile blaxploitation e kung-fu movie. 

martedì 3 maggio 2016

Nasce Compagnia Garofoli/Nexus: start up artistica, educativa e teorica


Sono lieto e onorato di annunciare l'arrivo di un nuovo, ambizioso progetto, in "compagnia" di Laura Garofoli. Costituendoci come Associazione di promozione sociale e culturale, da oggi opereremo sotto il nome di Garofoli/Nexus, promuovendo arte, educazione e ricerca.

Questa start up - come si suole chiamarla oggi - promuove la convergenza fra teatro, street dance e media art, intrecciando il mio percorso di ballerino e teorico con quello teatrale ed educativo di Laura. Una trama, quella fra me e Laura, che parte già dal 2008 con la collaborazione nel cortometraggio Questione di attitudine e che riparte nel 2012 con la nostra prima auto-produzione L'Ombra, per andare ad ingrossarsi e confluire nella Compagnia Garofoli/Nexus.

Ci sono molte novità in arrivo, prima fra tutte il nuovo sito - www.garofolinexus.it - una piattaforma verde petrolio dove troverete tutti i nostri lavori e progetti. Fatevi un giro sul carosello e tenete le antenne rizzate.

Garofoli/Nexus:
hot inside, fresh outside.    

 

lunedì 14 marzo 2016

Facciamo un po' come cazzo ci pare: un racconto sull'irresistibile ascesa della Street Art


“Sull’acciaio, sul muro lascia tracce di colore come un codice,
il concetto che ti è estraneo rende il tutto più difficile,
il disegno è complicato come un puzzle da tremila pezzi
se vuoi capire tocca che li incastri tutti”.

Kaos, I fieri bboyz (1996)




Roma, quartiere San Lorenzo, 2016, ore 04:46.

“È un centro sociale, ognuno fa come je pare”. La risposta batte sulla nuca, come una secchiata di colla bollente che aderisce al derma e corrode. Il tizio sorride mentre la sua tag gocciola sulla porta a vetri dell’ “aula studio autogestita”, così recita lo striscione. Il tizio infila le mani in tasca, si tuffa nell’anonimato della bolgia, scompare. Resta il suo nome, latteo e indelebile: PRAY. “Chi cazzo è stato?”, sbiascica Gianni. Ma c’è un’altra sorpresa: una parete della sala grande completamente riempita di scritte. PRAY PRAY PRAY: ad libitum. “Come hanno fatto ad arrivare fin lassù?”, sbotta Roberta, “Devono essersi arrampicati uno sull’altro!”, interviene Corrado, “Non si può andare avanti così! Ora gli facciamo ripulire tutto!”, interrompe Clara sbattendo la mano sulla serranda, “Vabbè siamo un centro sociale mica in un penitenziario”, osserva Carlo stizzito, “Calma, Calma!”, ammonisce Francesca, “Mettiamo il punto all’ordine del giorno e ne discutiamo!”, “Ma quale punto?”, replica Riccardino, “Quello m’ha detto che siamo in un centro sociale e ognuno fa come je pare! Machecazzovordì?”. Luca scavalla le gambe e ammonisce, “A Riccà, è pure vero che sto posto è stato liberato, e libero ne rimane l’uso per tutti e tutte!”. “Ah sì?”, Riccardino si alza, slaccia la cintura e cala a terra i pantaloni, “cioè pe ditte: so pure libero de cacà pe’ terra?”.

mercoledì 29 luglio 2015

Ex Machina di Alex Garland: fra cognizione incarnata e robotica evolutiva


Robot, androidi, cyborg, A.I.: chiamateli come vi pare, ma essi vivono e lottano insieme a noi. Sorpassata la classe operaia, è il fantasma della classe robotica che infesta questi folli, insostenibili anni di tecnocapitalismo avanzato. Certo, non si tratta di roba nuova: film come Blade Runner di Ridley Scott o A.I. di Steven Spielberg, piluccando briciole da Asimov e Dick le trasformarono in palle di fuoco visuali da milioni di dollari e spettatori. Questi prodotti culturali erano il sogno (e l'incubo) proibito di teorie cibernetiche sviluppate nel dopoguerra e che raggiunsero il loro heyday negli anni 60 attraverso la costruzione dei primi elaboratori elettronici. Roba finanziata dallo zio Sam, ovviamente. Poi negli anni 70 e 80 si tornò ad indagare la mente umana nel suo rapporto col corpo e l'ambiente, ma l'attenzione venne catturata da futurologici dispositivi di realtà virtuale che promettevano di trascendere il corpo e disperderlo nel ciberspazio. Trainati dal caterpillar Neuromante di William Gibson (1986), fecero incetta di immaginari film come Il tagliaerbe (Leonard, 1992), Jhonny Mnemonic (Longo, 1995), Strange Days (Bigelow, 1995), Nirvana (Salvadores, 1997), eXistenZ (Cronenberg, 1999) fino all'infamoso Matrix (Andy e Lana Wachowsky, 1999) che di Neuromante è una sorta di fratellino filosoficamente imbranato.

lunedì 22 giugno 2015

#LcomeAlice oltre il Fringe: finali alternativi e teatro d'attrazione

Di ritorno dalla nostra prima esperienza al Roma Fringe Festival, è il momento di fare un punto della situazione artistica, produttiva e "ambientale" entro cui il progetto L come Alice continuerà a destreggiarsi. In tre giorni di palcoscenico abbiamo intercettato oltre 100 spettatori, collezionato 5 nuove recensioni + un'intervista inedita, ampliato la ciurma artistica a 7 persone (di cui solo una sulla scena!) e ricevuto un'interessante proposta dall'estero (dove/come/quando lo scoprirete molto presto...). Nonostante lo stop al primo turno, L come Alice ha prodotto discorso e ha prodotto genuini hangover interpretativi dopo gli istituzionali  50 minuti di messa in scena.

martedì 26 maggio 2015

Il mito resistente di Alice: Giuseppe Sofo intervista Nexus e Laura Garofoli su LcomeAlice

"Alice è una militante transmediale"
Intervista di Giuseppe Sofo a Nexus

Roma, 20 maggio 2014.



1) Perché hai scelto di adattare Alice e perché questa tua Alice è così multidimensionale?


Non ho scelto un bel niente, ci siamo semplicemente incontrati. E non parlo di quegli incontri tipo "colpo di fulmine" ma piuttosto di quelle relazioni che si nutrono negli anni attraverso amicizie in comune, incontri fortuiti, sguardi lascivi, pensieri voluttuosi, confessioni sotto sbornia ecc. In questo senso L come Alice replica la relazione fra me e Laura - ed ecco un altro significato per la "L" di Alice! Vedi, il Senso, per come lo intende Deleuze, si forma attraverso concatenamenti non-cronologici come questi: si sceglie prima una parola e poi la si riempie di significato, in retroazione. Attenzione: questo non vuol dire fare tutto a casaccio o tramite la "sensibilità artistica" (la sensibilità non è dell'artista, semmai del mondo in cui è immerso!). La nostra è cosciente "scrittura di scena" ovvero predisposizione di trappole-significanti in cui Alice e chi gli sta attorno presumibilmente finiranno per incappare. Artaud c'è finito dentro ed invece di esplodere pare sia rinsavito. Lewis Carroll, il supposto-essere autore di Alice, ha vissuto in un campo minato di Alici fotografiche, letterarie e umane. A differenza di Walt Disney che ha ricombinato questa molteplicità di traiettorie per diffondere un immaginario monolitico ed economicamente faraonico, L come Alice ricarica il potenziale resistente, contro-culturale e utopico di Alice. Un'Alice che non si pone come Soggetto ma come "centro di gravità narrativo", significante senza significato attorno a cui si organizza la tessitura del Se-nso e la dispersione dei mondi possibili.

lunedì 4 maggio 2015

Come si racconta il conflitto? Un' analisi media archeologica della #MayDayNoExpo


Dopo la #MayDay di Milano e l'inaugurazione di Expo, l'immagine del movimento è uscita completamente intossicata. All'indomani del corteo che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone da tutta italia, la narrazione di riferimento si incentra sulle devastazioni compiute dal blocco nero durante la manifestazione, obliterando le ragioni politiche e sociali che stavano alla base di una lunga e partecipata campagna alter-Expo. Varie cornici, vari tableaux, come li chiamava Michel Foucault, si sono incastonati in questa narrazione di riferimento che, tuttavia, rappresenta l'unico setting, l'unica scacchiera entro cui giocare la partita. Piuttosto che dare un'interpretazione politica di questo scenario, vorrei analizzare le condizioni di creazione e trasformazione dello scenario stesso da un punto di vista media archeologico. L'archeologia dei media infatti, non si occupa semplicemente di portare a galla "il nuovo" dalle ceneri dei vecchi media, ma promuove una teoria e un uso radicale dei media quale dispositivo storicamente situato nel tecnocapitalismo moderno. 

Indossabili, componibili e sempre più embeddati nella realtà, noi siamo i media e la forma corteo è ormai un organismo tecno-antropologico dai confini nebulosi e dalle temporalità sovrapposte. Non si segue più il corteo "da casa", ma si può intervenire attivamente su di esso producendo immagini, moltiplicando le testimonianze, orchestrando i tempi di circolazione delle informazioni. La linearità del corteo che in passato assicurava una narrazione semplificata in 2D (si parte da un punto A, si arriva ad un punto B), oggi scompare di fronte alle narrazioni molteplici e transitorie che in tempo reale sovrappongono storie e percorsi in contraddizione fra loro. Questa database narrative, come la chiamavano Lev Manovich e Hiroki Azuma intorno al 2000, non ha però portato ad una democratizzazione delle storie, non ha dischiuso alcun "rizoma", e l'elaborazione di una strategia efficace di storytelling è tornata una questione centrale. Come si racconta il molteplice? Come si determina una linea narrativa radicale e aperta che allo stesso tempo crei consenso e partecipazione? Non si tratta semplicemente di raccontare storie alternative, ma di sviluppare pratiche di regia. Da un lato valorizzando la singolarità delle narrazioni personali, dall'altro orchestrando un ritmo narrativo collettivo e sempre aperto, come in una jam session. In pratica, poi, che fare?

*** Segue un parte teorico analitica molto corposa. Se volete, potete saltarla e andare direttamente alla parte "pratica" ***

martedì 31 marzo 2015

«R.O.M.» (Nexus, 2015) - break dance + videoart (+ note di regia)



Venerdì 10 Aprile alle 19.00 sono tornato in strada con R.O.M., la performance di break dance e videoarte ideata nel 2013 per il Perepepé Fest di Pesaro. Ad accogliermi, la cornice di Largo Spartaco e del Boomerang Fest, quest'anno intitolato "un urlo di seppellirà". Qui di seguito alcuni appunti di regia. Qua sopra il video, qua sotto alcune note di regia. Buona esperienza.

***

Nel linguaggio informatico ROM è l'acronimo di Read Only Memory, memoria di sola lettura. Un cd-rom è una memoria di sola lettura: possiamo leggerne il contenuto quante volte vogliamo, ma non possiamo modificarlo. Nella lingua romanés, «rom» significa «essere umano» ed indica una cultura e un popolo attualmente migrante e disperso. Roma è rom: una città composta da esistenze disperse e vissuta in sola lettura.

Via dell'Acquedotto Felice: qui passa la prosecuzione medievale dell'antico acquedotto romano, qui emergono i "ragazzi di vita" inchiostrati da Pasolini. Qui le ruspe hanno sgomberato le baracche di cartapesta costruite sotto agli archi austeri, assolvendo quel tentacolo di villette abusive abbarbicato lungo il medesimo tratto murale. Da qui si prosegue lungo via del Mandrione, verso Porta Maggiore; da qui si evade al Parco degli Acquedotti, cumulo di storie e temporalità sovrapposte: dove prima scorreva l'acqua, ora fluttuano i droni.

martedì 3 febbraio 2015

«Italiano medio»: will the revolution be televised?

In Italia, si sa, abbiamo un grosso problema con la commedia. La "commedia all'italiana", così come gli spaghetti al pomodoro, è il brand salvagente a cui il feudalesimo dello spettacolo si riempie la bocca e (speranzoso) le tasche. Un fenomeno, quello della commedia all'italiana, che sostanzialmente nasce e si esaurisce nel cinema di Steno, Monicelli, Risi, Age & Scarpelli, Suso Cecchi D'Amico degli anni 50. In questo senso La Grande Guerra (Monicelli, 1959) fa da spartiacque: riunisce idealmente il personaggio di Alberto Sordi in Un eroe dei nostri tempi (1955) e quello di Vittorio Gassman de I Soliti Ignoti (1958), uno poliziotto, l'altro "lavoratore", e li catapulta nel bagno di sangue della prima guerra mondiale. Seguirà una stagione di rivoluzioni, dove i vari "poveri ma belli" fanno i conti con la fine del boom economico e vengono mano a mano annichiliti dalla cultura televisiva. Durante l'age d'or delle pagliacciate smanettone e scorreggione dei vari Lino Banfi e Alvaro Vitali, arriva Fantozzi di Paolo Villaggio (1975) che, fra i tanti, percula quel melieu cinefilo di sinistra che non sa più ridersi addosso e Un sacco bello di Carlo Verone (1980) che è l'ontogenesi cine-televisiva del coatto romano tardo-capitalista. Lo scivolone avviene negli anni 90 quando la satira di destra si lega a doppio filo col potere a tubo catodico: da un lato le pochade del Il Bagaglino, dall'altro quelle dei Cinepanettoni targati Vanzina. La risposta dei progressisti [sic.] avviene tramite commedie moral-melodrammatiche, che dal colpo di coda di Monicelli in Amici Miei (1975) vanno gradualmente impaludandosi con le saghe di Verdone, Pieraccioni, Aldo Giovanni e Giacomo, Benvenuti al... e l'infamoso, definitivo, Checco Zalone. Questa menata storica, solo per dire che Italiano medio parte già con le "mani nella merda".

domenica 25 gennaio 2015

La Filosofia di Breaking Bad


Nel 2010 leggevo Žižek, criticavo serie-tv e ballavo breakdance: poi venne Breaking Bad e iniziai a scrivere di filosofia. Da quel dì, molti mi ringraziarono per averli instradati fra i cunicoli quella serie. Qui sono raccolte le mie recensioni dalla prima alla quinta stagione. Vi suggerisco di fare attenzione anche alle immagini incorniciate nel testo (parte del lavoro sottopagato del recensore online, ma anche parte integrante del ragionamento critico).
Ditemi se ci avevo preso ;-)


Breaking Bad - Stagione 1 (Primo Episodio feat. Alfred Hitchcock)

Breaking Bad - Stagione 2 (Stagione Completa feat. Quentin Tarantino)

Breaking Bad - Stagione 3 (Primo Episodio)

Breaking Bad - Stagione 4 (Primo Episodio feat. Mark Rotkho)

Breaking Bad - Stagione 5 (Nota critica feat. Antonin Artaud)




mercoledì 31 dicembre 2014

Have a new year #inCommunia: Bambaataa's Hip-Hop from 1981 to 2015

Ieri su wikipedia ho cambiato la storia di Afrika Bambaataa. Ho sostituito un "1" al posto dello zero di 1980, per indicare la data esatta in cui Bam suonò per la prima volta a Downtown Manhattan, inaugurando così quella spericolata pandemia culturale che va sotto il nome di Hip Hop. Nell'aprile di quell'anno presso il Mudd Club di TriBeCa, un locale adibito a galleria d'arte sotto la direzione di un giovane Keith Haring, Fab 5 Freddy e Futura 2000 radunarono i migliori graffiti artist e hip-hoppers del Bronx e li fecero incontrare col nocciolo duro della new wave newyorkerse. Sebbene fosse un'occasione imperdibile, a Bam rodeva ancora per la pubblicazione del suo Zulu Nation Throwdown, falsata dall'inserimento di un riff strumentale ad opera di Paul Winley, il suo produttore di Harlem. Bam e i Soul Sonic Force avevano puntato su un beat espressamente sintetico, pneumatico, e le chitarrine dell'Harlem Underground Band inserite da Winley non c'entravano proprio un cazzo. Fatto sta che Bam suonò lo stesso quel pezzo e la gente andò su di giri e Fab 5 Freddy, strizzando probabilmente l'occhio ad Haring, promosse altre serate del genere a Manhattan. Ringalluzzito dalla faccenda, Bambaataa si mise a lavorare ad un nuovo pezzo con la neonata Tommy Boy, che l'anno successivo avrebbe sancito il punto di non ritorno nella storia dell'Hip-Hop: Planet Rock.

lunedì 22 dicembre 2014

«How to Build a Scene Vol. 2»: è ora di farlo in #Communia

8 anni fa, dove oggi macina soldi Eataly, si frullavano passi di breakdance. Quando giunsi a Roma con l'obiettivo di spaccare tutto, il punto d'incontro della scena era infatti l'Air Terminal, l'ala periferica della stazione Ostiense, cattedrale della speculazione edilizia dei mondiali di Italia 90. Là dentro, lontano da ogni riflettore, prendemmo ad organizzare un evento chiamato SPQR Underground, un contest di breakdance 1vs1 completamente autogestito dove il vincitore raggranellava i soldi delle iscrizioni e, insieme al secondo e al terzo classificato, componeva la giuria dell'edizione successiva. Ricordo un'edizione con più di cento persone, con una grande partecipazione della scena napoletana. YouTube era appena nato e spulciando nella rete sono sicuro troverete qualche contributo. Ad ogni modo, sul finire del primo decennio 2000, l'Air Terminal chiuse improvvisamente i battenti. Da allora, diaspora: la scena romana non ha più avuto uno spazio di riferimento fisso.

Lo scorso 29 Novembre, presso lo spazio di mutuo soccorso Communia, con Urban Force abbiamo deciso di riportare in vita l'SPQR. Circa 16 b-boy (e ahimè nessuna b-girl) si sono dati battaglia per contendersi il titolo più underground di Roma. Dai 15 ai 30 anni, il battle ha visto scontrarsi generazioni e approcci diversi, portando al primo posto del podio Jordi (Free Stepz), seguito da Plasm e Side, che - come da regola - avranno l'onere e l'onore di organizzare e giudicare la prossima edizione.

Questo 29N ha sancito anche il ritorno di «How to Build a Scene», il percorso di incontro e autorganizzazione della scena romana di street dance intrapreso ad ottobre al Raw Muzzlez Anniversary, e di cui potete leggere un report qui. Per oltre 2 ore, circa una quarantina di persone sono rimaste letteralmente incollate sul tappeto a scacchi per raccontare e raccontarsi la propria esperienza della "scena". Insieme allo zoccolo duro del breaking romano, c'era anche Serio, b-boy e dj storico della capitale, e gli esponenti di Califostia Underground, un progetto hip hop di riappropriazione della strada che coinvolge street dancer di molteplici stili. Quello che segue è il report di questo denso incontro, che non riflette l'andamento cronologico della discussione, ma tenta piuttosto di tirarne le somme, favorirne le future ramificazioni e, nel finale, rilanciare un nuovo incontro.    

venerdì 21 novembre 2014

«How to build a scene Vol.I»: la comunità di breaking prende parola


Ad ottobre, presso l’inosservato lungofiume all’ombra del Ponte della Musica, un manipolo di b-boy e b-girl hanno posato le chiappe in circolo e iniziato a...parlare. L’incontro si è svolto all’indomani del Raw Muzzlez Anniversary, un evento volutamente “clandestino” che una volta all’anno tramuta la monotonia del sottoponte capitolino in un’arena di scontro fra i più agguerriti/e street dancer, da Roma e dintorni, fino a Bari. Seppellite le asce di guerra, il pomeriggio seguente i Raw Muzzlez hanno convocato le crew e i personaggi di spicco della scena romana, per un confronto vis-a-vis incentrato su una domanda da un milione di dollari: come si ri-costruisce una scena? Nonostante la domanda avesse potuto dare spago a masturbazioni a quattro mani sui “bei tempi andati” o a fenomeni di caccia alle streghe in nome del “Da Real”, tutto ciò è morto sul nascere e la discussione, spesso imbizzarrita e condotta a briglie sciolte, ha dato dei risultati molto concreti e che tenterò di organizzare. Quello che segue è il frutto del primo ragionamento collettivo svolto dalla comunità di breaking di Roma e, a memoria personale, la sua prima dichiarazione di intenti scritta.

domenica 9 novembre 2014

Interstellar: Umano troppo (post)Umano



Ieri ho riesumato un vizio seppellito da tempo: andare al cinema da solo. Galvanizzato da un ciclo anarchico di proiezioni casalinghe composto da Evangelion 3.0Johnny MnemonicHellsingGravity e Robocop (quello del 1987) sono salpato in direzione del cinematografo a me più prossimo per visionare Interstellar. In questo film, Christopher Nolan, regista cult per aspiranti-tesisti di teoria del cinema, arruola Matthew McConaughey, attore cult per aspiranti-tesisti di fonetica anglo-americana e True Detective, e lo spara nello spazio per quasi 3 ore. Perché - #sapevatelo - il tempo è relativo. Siamo al cospetto del classico plot alla Nolan: (a) un tizio intraprende una missione per salvare il mondo; (b) il tizio scopre che il mondo non esiste; (c) lo spettatore non ci capisce più una mazza e (d) ah ma l'avevo capito fin dall'inizio! Inoltre, come ogni film-sullo-spazio che si rispetti, Interstellar cade nelle fauci di una categoria di cinefili che da anni lotta contro l'estinzione: i nostalgici di 2001: Odissea nello spazio, che vi spingeranno a raffazzonare acrobatici paragoni col conclamato film di Kubrick. Volente o Nolante. Così, infestato da frotte di cliché e caricato di investimenti libidici collettivi, Interstellar ha tutte le carte in regola per per seguire l'infamoso Batman: il ritorno del cavaliere oscuro nella tenda del Grande Capo #Estiqaatsi. E invece no. Questo BigMaConaughey di Nolan l'ho gradito, digerito ed espulso così:

mercoledì 22 ottobre 2014

La Filosofia di #LcomeAlice: autoproduzione, ecologia del sé ed esistenzialismo steampunk

Alice nel paese delle meraviglie può rappresentare un paradigma di autoproduzione conflittuale? A distanza di 2 mesi dalla conferenza che ho svolto allo Steamfest di Roma, mi sembra che questa domanda condensi il succo del discorso. Con #LcomeAlice, il progetto di transmediale che abbiamo inaugurato lo scorso anno, stiamo sperimentando un percorso che leghi mutualmente la ricerca teorico-artistica alle forme di strategia politico-produttiva. In ballo c'è una concezione ecologica della soggettività collettiva e individuale. Invece di una storia, di Alice abbiamo generato un'archeologia che ricostruisse (e immaginasse) gli innumerevoli attraversamenti di cui è composto questo personaggio. Ci siamo accorti che la condizione frammentaria ma "esistenziale" di Alice, rispecchia quella dell'attore/autore e in primis quella della nostra coscienza soggettiva. Se dentro e contro il palcoscenico abbiamo deliberatamente piazzato delle trappole, a livello produttivo ci siamo mossi reticolarmente, co-determinando il lavoro tramite l'incontro creativo e politico con altri soggetti. Inoltre, attraverso l'attraversamento di più piattaforme media, vorremmo promuovere una concezione altrettanto ecologica di spettatore/trice: non più il soggetto cartesiano intabarrato nel buio della sala, ma un agente situato che deve esplorare #LcomeAlice come in un parco giochi, se vuole cavarne il senso dal buco (o un buco dal senso!).

***

Qui sopra la registrazione della prima parte della conferenza, con annesse immagini e un'estratto dello spettacolo. Per una breve panoramica degli argomenti toccati, qui sotto trovate una divisione per capitoli tematici con relativo minutaggio. Buon divertimento e fatemi sapere cosa ne pensate! ;-)  

(02: 40) Intro: Aetheric Mechanics di Warren Ellis; (06:20) Esistenzialismo steampunk e Alice; (06:53) Fredrich Kittler e la macchina da scrivere di Nietzsche; (09:05) La coscienza come lanterna magica/camera oscura feat. Men In Black e robbottoni; (12:26) Carmelo Bene e il divenire-Watson; (14:00) Le trappole esistenziali di #LcomeAlice; (14:30) Lewis Carroll, la fotografia e storytelling transmediale ante-litteram; (18:33) Alice nel cinema feat. Walt Disney, Betty Boop, Alice Madness, Claude Chabrol, Jan Svankmajer; (21:00) La riattualizzazione della Fantasmagoria e del Pepper's Ghost in #LcomeAlice; (25:00) Steampunk, zombie media e materialismo; (26:48) #LcomeAlice: autoproduzione/gestione, hacktivismo e spazi sociali.       

sabato 13 settembre 2014

Conferenza su #LcomeAlice, prossimi eventi e l'infamoso libro sulla Breakdance


Warren Ellis vs Friedrich Nietzsche; Sherlock Holmes vs Carmelo Bene; Alice (quella della Disney) vs Alice (quella del Videogame); Lewis Carroll vs Antonin Artaud; Steampunk vs Teatro & Videoarte. E ancora: cyborg militanza, archeologia dei media, hacktivismo, cognizione incarnata, e tante, tantissime domande. Questa sarà la conferenza su L come Alice, il progetto di transmediale steampunk, che terrò domani 14 Settembre alle 18.00 presso lo Steamfest Roma, all'ex mattatoio di Testaccio.


In mattinata, sempre domani (!), svolgerò un workshop di breakdance in compagnia del resto della crew, Urban Forcepresso l'Energy Fitness Club di San Cesareo (Rm). La giornata sarà interamente dedicata alla breaking culture, e nel pomeriggio seguiranno sfide, showbattle e cerchi aperti. D'altronde il nome dell'evento è smoKING, un'abile gioco di terminologia slang per scovare chi fumerà (cioè batterà) il numero più alto di b-boy/g-girl, affermandosi come King o Queen della giornata.         

Inoltre ho ripreso la lavorazione del mio libro incentrato sulla storia della breakdance. A distanza di due anni dall'apertura dei cantieri, l'edificio narrativo è molto lontano dal suo completamento ma le fondamenta storico-stilistiche sono ben radicate. Probabilmente il titolo non sarà più quello proposto inizilmente (Be-girl), ma la protagonista rimarrà assolutamente una b-girl. Rimane anche la volontà di narrare una storia sotto forma di romanzo, anziché propinare un saggio storico, e dare spago agli araldi del tu-non-c'eri-mica. Anzi, la componente finzionale lambirà terreni molto scoscesi mescolando thriller, fantasy, afrofuturismo e chissà, magari anche un po' di wuxia. Per il resto, rimango assetato di storie riguardanti b-girl italiane attive negli anni 80 e nei primi anni 90: se ne conoscete qualcuna, di storia o di b-girl, inviatemi un piccione viaggiatore a nexusmoves@gmail.com.

***
L'assenza dalle pagine di codesto blog, e l'inusuale presenza di contenuti tramite la mia Pagina Facebook e Twitter è dovuta alla preparazione di questa e altre iniziative che spero di poter trasferire qui su nexusmoves.com per poterle commentare assieme. 

E ora se volete scusarmi, torno a sturare un po' di appunti.   

giovedì 24 luglio 2014

Di come Urban Force si incontrò a Hip Hop Connection


Nel gruppo c'era un tipo che tirava qualche Thomas, un ragazzino che saltava sulla mano e una manciata di altri pischelli, più o meno volenterosi. Servivano powermove e clash, ed entrammo in gioco noi. Nacque la seconda generazione Urban Force.

Un passo indietro. Nell'agosto 2004 ero a Pesaro per partecipare ad un contest che avevo scoperto due anni prima: l'Hip Hop Connection (HHC). Un'altro passo indietro. Nell'agosto 2002, incontrai un ometto stempiato intento a provare dei ninetees lungo una traversa del lungomare pesarese. Diceva di avere 28 anni, ma aveva i 'quaranta' nel sangue, ed era un allievo di Carlo Dc Ace, uno storico b-boy della old school che rivaleggiava con personaggi del calibro di Next One e Crash Kid. La sua mossa preferita, che era poi la favorita del suo maestro e sarebbe diventata anche la mia, era la "corona". Conosciuta oltreoceano col nome di halo (aureola), questa mossa prevede la rotazione del corpo attorno alla circonferenza testa, grazie alla spinta coordinata di mani e gambe, giro dopo giro. La corona è una variante sghemba del giro sulla testa, una rotazione su di un asse obliquo quanto precario: dovevo impararla. L'estate 2002 fu l'estate della corona e a settembre ingranai i primi giri. Da quell'anno in poi, frequentai assiduamente HHC e strinsi una solida amicizia con l'omino delle corone e il suo compare più smilzo, Monsa e Ippo (Zinko), che insieme a Chrystelle organizzavano l'evento.

lunedì 7 luglio 2014

True Detective con filosofia: «Listen, Nietzsche, shut tha fuck up!»

True Detective non è fenomenale: è fenomenologica...Se  non avete ancora lasciato il sito, siete ben equipaggiati per affrontare un viaggio che ci porterà ai confini della nostra coscienza, dove incontreremo forme d'intelligenza emergenti, fisarmoniche temporali,  titillamenti esistenziali, etici, politici e svariati link demenziali attorno a questa miniserie senza precedenti targata HBO.

Da capo: True Detective non è fenomenale: è fenomenologica (i) in quanto noir (detective-deve-risolvere-delitto-ma-ne-rimane-co-involto); (ii) in quanto riflette sull'Io (cosa si prova ad essere me e perché ne ho coscienza?). Il famoso aforisma di Cartesio cogito ergo sum (o forse si trattava di Carlo Cracco?), non significa solamente che il pensiero è il fondamento della coscienza, bensì implica che non può esistere coscienza (res cogitans) senza esperienza empirica (res extensa). Corpo e mente hanno rapporti educatissimi: nessuno "trascende". Ma se mi chiedete di interpretare "filosoficamente" i dialoghi vernacolari dello sceneggiatore Nic Pizzolato, la mia risposta sarà la stessa di Rust Cohle (Matthew McConaughey):«Listen, Nietzsche, shut tha fuck up!». Poiché di perle di saggezza ne è pieno il mondo (cioè Facebook), qui la filosofia non la interpretiamo, ma la facciamo succedere attraverso immagini, suoni e, d'accordo, una piccola dose delle suddette perle.
Ma procediamo per ordine, cioè random.



La prima cosa che mi ha convinto del giovane regista anglo-nippo-svedese Cary Fukunaga (oltre la coerenza del nome), è stata questa inquadratura:
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